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LA CAVA DI PADERNO: DA CRISALIDE A FARFALLA

L’intervista a Piergiuseppe Monti, presidente del Consorzio Parco Lago Nord

 

AB: “Monti, ci può dire qualcosa sulla Cava e come nasce il Parco Lago Nord?”

Monti: Beh, noi del Consorzio abbiamo visto nascere questo bellissimo parco, e il Comune si fida di noi perché sa che l’abbiamo sempre gestito bene. Il parco nasce dal recupero ambientale di una cava di sabbia gestita dalla società Cava Nord che aveva in concessione il terreno dal Comune di Paderno Dugnano. Nella società lavorava Luigi Tonelli, uno dei maggiori ispiratori di questa riqualificazione. Il progetto nasce con l’architetto Cerasi e soprattutto con la volontà del Comune di realizzarne un’area verde. A partire dagli anni Ottanta, man mano che venivano dismessi gli scavi, si creava lo spazio per allargare il perimetro dell’area destinata al verde, che nei primi anni di vita occupava quindi un perimetro decisamente inferiore rispetto a quello che ricopre oggi. Ricordo che già tanti anni fa durante gli scavi si formavano delle muraglie di sabbia dove facevano i nidi i gruccioni. Già allora l’area era attenzionata dalla Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli).  Attualmente 9 persone del consorzio sono impegnate durante la giornata per la sola gestione ordinaria del parco, anche perché d’estate i cancelli restano aperti dalle 7 alle 21.00”.

 

AB: “Se non sbaglio il vostro Consorzio nasce prima del Parco. E’ così?”

Monti: “Il Consorzio Parco Lago Nord nasce dall’originaria idea di un gruppo di pescatori nel 1982. E’ formato da 4 società di pesca sportiva: ADPS Paderno Dugnano 1947, SSC Palazzolesi 1969, Club Piranha Padernesi, Club Palazzolo 85. Negli anni Ottanta il Comune di Paderno Dugnano con l’allora sindaco Stefano Strada ci ha dato la possibilità di usufruire del parco stipulando la prima convenzione, che poi abbiamo perfezionato con il suo successore, Mastella”.  

 

AB: “Lei da quanto tempo è il presidente? Quanti sono attualmente i soci? Come siete organizzati?”

Monti: “Io sono presidente dal 1998. Le quattro società consorziate sono arrivate ad avere un totale di 400 iscritti, ora siamo circa 250. Il consiglio direttivo è formato da dodici persone, tre per ciascuna società. Il consiglio indica e vota il presidente a cui spetta assegnare le cariche. Dall’anno della nostra nascita siamo chiamati ad occuparci di numerose attività, alcune legate alla promozione della pratica sportiva della pesca, altre di rilevanza per l’intera città: contributi volontari alla bellezza del luogo in cui viviamo e al benessere della comunità alla quale apparteniamo, uniti ad un grande amore per la natura e per lo sport”.

 

AB: “Avete in gestione solo una parte del parco, è così?”

Monti: “Sì, giusto. Praticamente entrando dalla parte del Carrefour quella che si vede a sinistra è la parte di nostra competenza. La passatoia alberata rappresenta quindi lo spartiacque. Nel nostro perimetro c’è il bar in alto e anche il punto ristoro sotto, dove vengono  rilasciati i permessi.  Anche la cascatella rientra nella nostra gestione. L’anfiteatro è fuori dal nostro circondario, ma quando capita l’evento da proporre,  chiediamo la disponibilità al Comune. Tutta la parte destra è di gestione comunale. Ci avevano anche proposto di prendercela in carico, ma francamente sarebbe diventato troppo grande lo spazio da gestire”.

 

AB: “Oltre a gestire rapporti con il Comune di Paderno Dugnano, li avete anche con il Consorzio GRU-BRIA, cioè quello nato nel 2019 dall’unione del Grugnotorto Villoresi e Brianza Centrale?”

Monti:”No no, noi parliamo solo con il Comune di Paderno per la gestione del Parco. E’ l’ente territoriale comunale che ci dà la concessione. Poi il Comune per eventuali opere di riqualificazione si relaziona invece con il Consorzio GRU-BRIA, che è un istituto giuridico che disciplina un'aggregazione volontaria legalmente riconosciuta. Nella fattispecie si tratta di un consorzio sovracomunale nato nel 1999 come Grugnotorto Villoresi e che poi è divenuto GRU-BRIA nel 2019”.

 

AB: “Posso chiederle se hanno un nome i quattro accessi al parco?”

Monti: “I quattro accessi hanno ciascuno il proprio nome: Porta Serviane, Porta Luigi Tonelli, Porta Cascine Uccello e Porta Grugnotorto”.

 

AB: “Il fiore all’occhiello del parco è sicuramente l’avifauna, è d’accordo?”

Monti: “Si certamente, abbiamo tantissima varietà di uccelli sia stanziali che migratori che depongono anche le uova in prossimità dello specchio d’acqua più selvaggio, cioè quello non adibito alla pesca.  I bimbi amano in particolare le anatre, le oche e i cigni e anche le tartarughe che non essendo autoctone hanno un po’ rovinato l’habitat, dato che si cibano un po’ di tutto e quindi anche delle uova dei carassi, dei cavedani e delle alborelle. Il Parco è bellissimo e molte persone si sorprendono quando ci entrano per la prima volta. Riferiscono che non avrebbero mai immaginato di vedere un’area così verde a ridosso di Carrefour e Superstrada Milano-Meda. Ci sono amministratori comunali che vengono da noi per vedere come gestiamo il territorio, ed è una bella soddisfazione! Da 15 anni si svolge qui la manifestazione ‘Peschiamo e Giochiamo’ rivolta ai ragazzi tra i 6 e i 13 anni, patrocinata dal comune di Paderno, dalla Provincia e dalla Federazione Italiana Pesca Sportiva. Questo evento, che prima si svolgeva all’Idroscalo di Milano, ha visto anche la partecipazione di 1500 persone con catering e tavolate enormi presso l’anfiteatro del parco”.

 

AB: “Come giudica questo parco per la pratica del Running?”

Monti: “L’anello esterno e superiore è quello utilizzato dai runner che si allenano tutto l’anno qui.  C’è anche tanta gente che lo frequenta per praticare della ginnastica o per fare semplicemente delle belle camminate. E’ sicuramente un posto ideale per allenarsi a contatto con la natura ed è molto molto apprezzato in questo senso. Durante l’anno si svolgono anche delle gare podistiche. Le associazioni sportive interpellano l’Ufficio Cultura Sport e Tempo Libero del Comune, che a sua volta chiede a noi di disegnare il percorso della gara assieme alla società organizzatrice. Noi veniamo sempre interpellati perché l’attività della pesca non conosce soste, è sempre attiva e quindi deve essere sempre garantita”.

 

AB: “Cosa ci dice del Premio Comunità Europea assegnato a Strasburgo nel 2000 come miglior recupero di una cava di sabbia e di ghiaia?”

Monti: Beh certamente è stata una bellissima riconoscenza per l’intera cittadinanza. Il premio è stato ritirato dal Comune e dall’ingegnere Savini Alberto, il titolare della società Cava Nord”.

 

AB: “Voi come Consorzio invece avete vinto il Premio Isimbardi, che è una sorta di Ambrogino d’Oro della provincia di Milano in favore delle opere per la comunità nazionale e internazionale. E’ così?”

Monti: “Sì, ho ritirato io il premio ed è stata una bellissima soddisfazione per tutto il Consorzio. Era il 19 dicembre del 2005 nella Sala Barozzi presso l’Istituto dei Cechi di via Vivaio a Milano, alla presenza dell’allora Cardinal Dionigi Tettamanzi e delle autorità della Provincia. Queste soddisfazioni ci ripagano di tanto impegno …”.

 

Aris Baraviera, Milano, 29 novembre 2020.

 

 

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RUNNING AND WRITING

Scopriamo i contenuti del primo romanzo di Andrea Chiarioni, pubblicato nel 2016

 

In amore talvolta il destino è beffardo perché ci fa incontrare la persona giusta nel momento sbagliato. “L’altra metà della mela” quindi esiste davvero, così come esiste il destino. E’ difficile cogliere l’attimo giusto per unire le due metà in costante movimento.

 

“L’IMPORTANZA DEL MOMENTO” è un romanzo ambientato nell’Italia di qualche decennio fa, ante messaggistica istantanea, al tempo degli SMS. La storia si svolge tra la Sardegna, Milano, Legnano, la Bassa Bergamasca, Reggio Emilia e Grosseto. Il protagonista, Diego, scrittore e giornalista, padre del piccolo Davide, è sposato con la bella Jenny e conduce una vita mondana appagante. L’incontro con Nicole, amore di molti anni prima, riapre però una ferita mai del tutto rimarginata e le sue certezze cominciano a vacillare …

L’autore gestisce con intelligenza la descrizione del mondo narrativo. I luoghi e gli ambienti sono raccontati con cura per poter essere immaginati dal lettore. I personaggi vengono descritti con dovizia di particolari fisici e con marcato giudizio estetico, a volte in modo scanzonato e ironico, altre esaltandone la sensualità agli occhi del protagonista. L’aspetto psicologico dei personaggi è solo delineato nel contorno, lasciando al lettore la possibilità di riempire in modo personale le zone d’ombra, esercitando la fantasia. Il racconto mantiene vivo fino alla fine il dilemma su quale sia il percorso esistenziale migliore per il protagonista. Ma la vita è una sola, anche perché non ci sono deroghe alla felicità come al dolore in nessuna dei suoi differenti tracciati.

Spesso per scrivere un romanzo interessante non è necessario dare vita a trame complesse o forgiare registri linguistici desueti. Spesso la strategia migliore è semplicemente quella di raccontare come alcuni incontri casuali possano determinare inquietudine o felicità a seconda del momento in cui accadono. DA LEGGERE!

 

Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda propedeutica alla lettura del romanzo ( attualmente disponibile solo in formato eBook).

 

AB: “Diego, il protagonista, ama giocare a calcetto e pratica running per eliminare le tossine e ritrovare la creatività. Inoltre è un tifoso interista. Ti chiedo allora, quanto è autobiografico questo libro?”

A. CHIARIONI: “Beh, Diego rispecchia in parte quello che io sono e in parte quello che vorrei essere. Credo sia uno schema classico, infatti mi è capitato parecchie volte di leggere romanzi in cui l’io narrante è l’alter ego dell’autore, altre volte invece è l’esatto opposto”.

 

AB: “Diego è quasi un seduttore seriale, e talvolta questo gioco lo propone anche in presenza della moglie, che per contro ama fare la civettuola. La conseguenza è un inevitabile balletto delle gelosie che plasma l’equilibrio della coppia. E’ questa la spia di un’imminente crisi tra i due?”  

A. CHIARIONI: “Quello tra Jenny e Diego è un rapporto fatto di complicità e di intimità fisiche che un po’ compensano le differenze che poi via via affiorano nel romanzo.  Questo equilibrio è l’antefatto della storia ed è un quadretto familiare in stile Mulino Bianco, anche favorito dalle meraviglie del luogo in cui i due sono in vacanza con il figlio, cioè la Sardegna. E’ una immagine tipica di alcune famiglie benestanti di fine anni Novanta, dove dietro una felicità più patinata che reale si celano nodi, che prima o poi sono destinati ad arrivare al pettine, generando sorprese”.

 

AB: “Com’è Diego?”

A. CHIARIONI: “Scrittore e giornalista, Diego è un uomo benestante poco più che trentenne, tipicamente metropolitano e milanese. Cerca il successo e la mondanità, ma non ha smesso di essere un sognatore. Sicuramente è ancora in cerca del suo personale equilibrio”.

 

AB: “Che tipo è Jenny, la moglie?”.

A. CHIARIONI: “Jenny è un personaggio che ho costruito -passami il termine- in laboratorio, a differenza degli altri soggetti del libro ispirati invece a persone reali. E’ una bella donna, concreta, sicura di sé e completamente emancipata... rappresenta lo stereotipo della donna perfetta degli anni Novanta. E' capace di essere l’amante ideale, di fare la manager, di essere una mamma premurosa e affettuosa, l’amica brillante delle uscite mondane. E’ una persona che sa sentirsi sempre nelle migliori condizioni in qualunque posto si trovi, aggiungo, a differenza del marito. E' troppo perfetta...per Diego”.

 

AB: “Perché Diego sceglie di tornare con Jenny in luoghi a lui così cari che possono fargli affiorare pericoloso ricordi?”  

A. CHIARIONI: “Forse perché mette in discussione se stesso inconsciamente. Però lui in quei luoghi era stato bene e vuole rivivere quelle belle sensazioni con le persone che ama, con la famiglia”.

 

AB: “Nicole sembra molto schermata, fa molte domande per riempire i silenzi e per non parlare di sé, per non mostrarsi fragile o semplicemente in imbarazzo. Che tipo di donna è?”  

A. CHIARIONI: “Nicole richiama molto una persona in particolare che ha fatto parte della mia vita ed è molto diversa da Jenny, anzi fa proprio parte di un universo femminile differente: è inafferrabile, sfuggente, apparentemente fragile e misteriosa. E' il personaggio intorno al quale gira la storia, l'elemento scatenante di tutto ciò che accade. E' la persona a causa della quale niente sarà più come prima ...”.

 

AB: “Giada, la donna che compare a metà del romanzo, invece, viene descritta come una gioiosa macchina da sesso. Cosa mi dici in proposito?”

A. CHIARIONI: “Oltre ad essere molto sensuale, Giada è una persona paziente e positiva, che non porta rancore e che ha un bel carattere. Come dicevo prima, ho preso spunto da una donna che ho conosciuto nella vita reale. L’obiettivo che mi ero dato creando questo personaggio era quello di proporre un altro tipo di donna che fosse diversa da Jenny, ma anche da Nicole e che mostrasse quanto ampia e variegata sia l’altra metà del cielo”.

 

AB: “Nel romanzo gli atti sessuali vengono descritti senza troppe velature e hanno uno spazio direi centrale. E’ così importante il sesso per Diego?”  

A. CHIARIONI: “Il romanzo gira intorno a rapporti di coppia. Ho pensato che la parte sessuale non potesse essere lasciata totalmente all’immaginazione e che l’autore dovesse in qualche modo declinarla, cercando di trasmettere la passione e il sentimento nella sua essenza più vera. E’ un erotismo non volgare comunque, anche se ci sono delle parti piuttosto piccanti”.

 

AB: “Ad un certo punto, Diego è preda di un attacco di collera con il suocero. Come mai? Cosa scatta nella mente del protagonista?"   

A. CHIARIONI: “Il suocero è un uomo che Diego ammira, ma nello stesso tempo detesta: è sicuro, concreto, di successo, stabile, lineare, manicheo. E’ un uomo che gli tocca i nervi scoperti perché in un certo senso lo costringe a fare il bilancio della sua vita lavorativa e familiare. E’ l’individuo che più lo fa sentire nel posto sbagliato. Sotto certi aspetti assomiglia molto a Jenny, che non a caso è sua figlia”.

 

AB “Davvero il destino in amore è così beffardo da farti incontrare la persona giusta nel momento sbagliato?"

A. CHIARIONI: “Sì, questo è il senso del racconto e il motivo ispiratore del romanzo. Il messaggio è che non basta trovare la persona giusta, ma bisogna trovarla anche nel momento giusto. Il finale è sorprendente, ma in sostanza conferma questo messaggio”.

 

AB “Quando il prossimo libro?”

A. CHIARIONI: “Lo scrittore Andrea De Carlo per me è una continua fonte di ispirazione.  C’è un progetto in corso e non ti nascondo che ho già scritto qualcosa. Vediamo. Chissà”.  (SORRIDE E SALUTA)

 

Aris Baraviera, Milano, 30 ottobre 2020.

 

 

 

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LA CORSA E’ UN PIACERE, MA SE TI ALZI ALL’ALBA CHE PIACERE E’?

L’intervista ad Andrea Chiarioni, il nostro personaggio del momento

 

 

AB: “Andrea, che tipo di runner sei?”

Andrea: “Vedi, la corsa è uno spazio che mi ritaglio per ritrovare la concentrazione, per ossigenarmi il cervello, per scaricare lo stress. Mi alleno due volte la settimana, se posso anche tre. La mia dimensione è quella delle gare non competitive: le Tapasciate, la Sant’Ambrusin di Cassina Amata -- a cui non manco mai -- la Run 5,30 -- che ha il fascino della Milano che si risveglia …”.

 

AB: “Usi abbigliamento tecnico? Fai uso di cardiofrequenzimetro o di altra strumentazione?”

Andrea: “Vesto abbigliamento semplice, anche se non disdegno gli indumenti termici in inverno. Fino a due anni fa usavo l’applicazione Runtastic, ora sono più rilassato …”. (SORRIDE)

 

AB: “La tua dieta alimentare è funzionale al Running?”

Andrea: “Ha un taglio salutista, ma non seguo diete particolari: a colazione bevo un frullato e durante la giornata consumo diversi infusi energizzanti e drenanti.  A parte questo, mangio di tutto e credo di avere un’alimentazione piuttosto equilibrata. Inoltre, da buon veneto d’origine quale sono, bevo regolarmente del buon vino”. (SORRIDE)

 

AB: “Attualmente pratichi anche altre attività sportive?”

Andrea: “Gioco a calcetto con gli amici quasi tutte le settimane. Non dovrei, avendo un crociato rotto e l’altro operato nel 2003 … però grazie al running riesco a conservare una muscolatura tonica che aiuta molto il ginocchio, unitamente alla ginocchiera che abitualmente indosso. Per cautela ho chiuso con lo Sci Alpino, che ora pratico solo sulle piste da sci baby per insegnare la tecnica ai miei figli”.  

 

AB: “Sappiamo già che ti alleni prevalentemente al Parco Lago Nord, comunemente detto ‘Cava’. Lo fai in solitaria o ci vai con qualcuno?”

Andrea: “Mi alleno quasi sempre da solo, anche perché lo faccio in orari un po’ insoliti: qualche volta dopo aver portato i bimbi a scuola, spesso a mezzogiorno oppure anche alle 3 del pomeriggio. Proprio perché in genere amo stare in mezzo alla gente, quando vado a correre preferisco invece stare solo ...”.

 

AB: “Ci spieghi perché ci hai detto che frequenti di più la Cava rispetto a Villa Bagatti Valsecchi e al Parco delle Groane?”

Andrea: (RIFLETTE UN ATTIMO PRIMA DI RISPONDERE) Mah, sai… la Cava è un ambiente rilassante nel verde e si concilia molto con l’obiettivo di staccare. La qualità della natura è notevole e quello che c’è qui non c’è da altre parti: trovi alberi che sono tipici della Macchia Mediterranea; l’evoluzione al bello che ha avuto negli anni questo parco è davvero notevole. A mio avviso questo è un posto che soddisfa sia gli sportivi che lo frequentano durante la settimana - e mi riferisco non solo ai runner, ma anche ai pescatori che vengono qui per il laghetto – sia alle famiglie che lo popolano nei weekend.  Io quando vengo qui lo faccio partendo da casa correndo, senza l’ausilio della macchina. Il parco dista 3,5 km da dove abito. Conoscendo sia la distanza che il perimetro del parco, riesco a misurare i km percorsi senza bisogno della tecnologia. In genere faccio in tutto 10,6 km, massimo 12,4 e minimo 8,8. Prediligo il percorso classico ad anello, non faccio mai i saliscendi né i gradoni”.

 

AB: “C’è qualche aneddoto divertente che ci vuoi raccontare sulla Cava?”

Andrea: C’è n’è uno che diverte molto più i miei figli e molto meno il sottoscritto: una volta sono rovinosamente caduto mentre correvo e mi sono sbrandellato la tuta, sporcato di terra e insanguinato mani e ginocchia. Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo incuriosito di un signore anziano seduto sulla panchina che si è gustato lo spettacolo senza proferire parola, né mostrare uno straccio di empatia (RIDE). Sono tornato a casa in condizioni davvero pietose e credo che i miei vicini di casa quella volta abbiano pensato che avessi appena litigato con un pitbull”. (ADESSO RIDE SINGHIOZZANDO)

 

AB: “Utilizzi le fontanelle e i bar del parco? Quali sono gli aspetti del parco che miglioreresti?”

Andrea: Beh, forse un posto così meriterebbe di avere degli orari di ingresso più ampi, un’illuminazione serale, più eventi. Credo che ci siano forti margini di miglioramento nell’ambito dei servizi: forse il bar vicino al ponte pedonale andrebbe privatizzato perché così come è adesso sembra quello di un oratorio. Quando abitavo a Parma andavo spesso a mangiare al Parco dei Conigli di Collecchio, lì c’è un bar bellissimo dove fanno dei panini favolosi. Quando mangio alla Cava è perché mi porto il cibo da casa … e alle fontanelle non mi fermo mai”.

 

AB: “Ci puoi spiegare meglio che lavoro fai? E quando ti è utile la leva creativa del running?”

Andrea: “Faccio il consulente e il mio cliente è il centro commerciale. Propongo eventi e strumenti di comunicazione e marketing. Preparo analisi e preventivi, mando email, telefono, preparo progetti e brief. Da casa preparo sempre anche la logistica dei miei spostamenti nell’ottica di ottimizzare i viaggi. Per gli eventi a tema, che propongo a seconda del luogo e del periodo, ho assolutamente bisogno del running, momento di raccoglimento che mi consente di ritrovare concentrazione e creatività …”.

 

AB: “Posso chiederti se hai rimpianti e cosa cambieresti del tuo passato?  

AndreaTanti anni fa ho superato brillantemente uno stage selettivo, a Chiesa Valmalenco. Era un corso per diventare animatore di villaggio turistico. Una prova che si rivelò fine a se stessa purtroppo, perché non ebbi la forza di mollare il lavoro, forse per eccessivo senso di responsabilità. Ecco, tornassi indietro lo farei prima quel corso …  Lo frequenterei dopo aver concluso il percorso di studi”.

 

AB: “E cosa non faresti mai che altri runner fanno?” 

Andrea: “Non farei mai le levatacce come quelli che si alzano alle 5 per andare a correre. La corsa è un piacere, ma se ti alzi all’alba che piacere è…?”.  (SORRIDE E SALUTA CORDIALMENTE)

 

Aris Baraviera, Milano, 11 ottobre 2020.

 

 

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LA LEVA CREATIVA DEL RUNNING

Conosciamo un nuovo personaggio: Andrea Chiarioni – Parte prima.

 

In una delle più celebri battute di un famoso film, Forrest Gump pronuncia queste parole:

“Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata”. 

 

L’affermazione e il relativo pensiero sono condivisi oggi dai vicini di casa di Andrea -- un folto gruppo di parenti veneti -- quando lo incrociano davanti al portone di ingresso: se indossa le scarpe eleganti vuol dire che sta partendo per una trasferta di lavoro, se calza le scarpe comode sta andando a ritirare i figli, mentre se porta quelle da Running sta andando a correre alla Cava di Paderno …

 

Andrea Chiarioni, 52 anni trascorsi tra Milano e l’Italia, è laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica del Sacro Cuore, presso la sede ambrosiana. Fino a due anni fa è stato manager di una multinazionale nel settore del benessere e in una del retail, settori che oggi segue ancora, pur svolgendo un’attività solo consulenziale. Dopo aver lavorato e vissuto a Reggio Emilia, Parma, Grosseto, Roma e Palermo, è tornato ad abitare nel milanese vicino alla famiglia di origine e precisamente a Cassina Amata di Paderno Dugnano.

 

Felicemente sposato e padre di tre bimbi meravigliosi, Andrea ha sempre coltivato la passione per lo sport. Ancora oggi ama raccontare di quella volta che, nell’estate del 1983, mollava gli amichetti in spiaggia e correva a casa per vedere la finale dei 10.000 m. vinta da Alberto Cova ai mondiali di atletica di Helsinki. Sorride ancora quando racconta di quel telecronista Rai che impazziva dalla gioia vedendo la progressione dell’atleta italiano negli ultimi duecento metri e lo accompagnava a modo suo verso il traguardo: “Cova, Covaa, Covaaa, Covaaaa, Covaaaaa, Covaaaaaa, Covaaaaaaa … Magnifico!”.

Andrea ama soprattutto il calcio e l’Inter e ne condivide gioie e dolori con un gruppo di storici amici, naturalmente tutti interisti.

A livello amatoriale ha praticato il Calcio, il Calcio a 7, il Calcio a 5 e lo Sci Alpino. In età adulta ha poi scoperto il Running, un amore tardivo ma profondo, con il quale convive ormai stabilmente da parecchi anni, nonostante i problemi alle ginocchia. 

 

L’altra grande passione di Andrea è sempre stata la scrittura. A riprova di questo possiamo raccontare un aneddoto di 20 anni fa: un giorno, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, decide di lasciare il lavoro già avviato, per seguire i sentieri segreti e inesplorati del cuore, che lo portano a muovere i primi passi verso la professione del giornalista.

Talvolta però gli ideali hanno strane proprietà, e fra le altre anche quella di trasformarsi nel loro contrario. Ecco infatti che Andrea in quella redazione giornalistica si sente in gabbia: sfruttato, sottopagato e privato di ogni minima libertà creativa ed espressiva. E allora decide di scappare perché non ha nessuna voglia di fare quel tipo di gavetta, forse più per amore della libertà, che per mancanza di umiltà. O forse perché lì più che un giornalista si sente un “marchettaro” che promuove la vendita di prodotti. E mentre fugge da quell’ufficio angusto, dentro di lui riecheggiano le parole di Red, personaggio interpretato da Morgan Freeman nel film “Le ali della Libertà”:

“Alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia. Questa è la verità. Sono nati liberi e liberi devono essere. E quando volano via ti si riempie il cuore di gioia perché sai che nessuno avrebbe dovuto rinchiuderli”.

 

Diversi anni dopo, Andrea si prende la sua rivincita creativa pubblicando il romanzo intitolato “L’Importanza del momento”. Un bel racconto ricco di emozioni, dove personaggi dai tratti familiari si intrecciano nella vita del protagonista. Un libro sui tempi dell’amore e sull’imprevedibilità del destino. Scorrevole e avvincente.

 

Per quanto riguarda il Running, Andrea è fermamente convinto che correre significhi liberarsi dalle tossine dello stress e appena può si ritaglia questi preziosi momenti come a volersi coccolare e prendersi cura di sé. Quando si allena, inizia concentrandosi sul movimento e sulla respirazione e poi via via sente il cervello che si ossigena. Quando la falcata comincia a diventare regolare, trovando un ritmo costante che si mantiene da solo, senza bisogno di starci troppo a pensare, ecco che accade la magia: si dimentica di quello che sta facendo, si dimentica la corsa e quasi si dimentica del corpo.

Non c’è più fatica perché le gambe viaggiano da sole. La testa si svuota, o gli si riempie di immagini che nulla hanno a che fare con il movimento. Entra in un territorio dove i pensieri viaggiano liberi e inizia a volare alto, concedendosi riflessioni ardite e pensando anche all’impensabile. Tanto in questo sogno c’è solo lui!

 

Quando viveva vicino a Palermo, era solito correre sulla spiaggia di Cefalù e lì si cimentava spesso sulla distanza della mezza maratona. Oggi si allena prevalentemente nei 10 km, quasi sempre alla Cava di Paderno, in alternativa al Parco delle Groane, oppure ancora alla Villa Bagatti Valsecchi, tra Paderno e Varedo. Correre per lui è fondamentale perché è solo così che si sente depurato dalle tossine della quotidianità e rigenerato, e solo così riesce a vedere le cose da una prospettiva diversa e sempre nuova. Paradossalmente, solo con la fatica della corsa, riesce a dare spazio a nuove idee e a far emergere quella creatività che gli serve per la sua professione. La corsa per Andrea è come una meditazione, un momento di raccoglimento, una preghiera laica e significa soprattutto mettersi in contatto con se stesso.

 

Quando Andrea gioca a calcetto mette la borsa in macchina con largo anticipo, e così facendo spiazza i suoi vicini di casa che, non vedendo la borsa né le scarpe con i tacchetti, brancolano nel buio non sapendo dove sia diretto. Certo, giocare a pallone è molto divertente … ma poi non arriva mai quello spunto nuovo che a lui serve davvero come il pane. La mente non si resetta, lo stress non si allontana e le nuove idee non emergono … Per far emergere la creatività c’è solo il Running.

 

 

Aris Baraviera, Milano, 30 settembre 2020.

 

 

 

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NON SI VIVE DI SOLO TREKKING

Escursione in Toscana per Stefano Mossini con Avventure di un Giorno

 

 

AB: “Ben ritrovato Stefano, come è andata in Toscana?”

Stefano: “Benissimo, direi al di là di ogni rosea previsione!”.

 

AB: “Che tipologia di uscita è stata?”

Stefano: “Ecco, la definirei sostanzialmente una gita culturale, anche se abbiamo camminato molto e di buon passo. Devi sapere che Avventure di un Giorno ha tre anime: una votata al Trekking di montagna, una che predilige le camminate lungo i fiumi e poi la terza è quella di taglio culturale, che forse è la linea maggioritaria e prevalente e che più rispetta i valori fondativi del Gruppo”.

 

AB: “Se non ho capito male siete partiti di venerdì, è così? E in quanti eravate?”

Stefano: “Sì, siamo partiti venerdì mattina 18 settembre, siamo tornati due giorni dopo, domenica, nel tardo pomeriggio. Niente Trekking quindi, ma durante queste gite si cammina sempre parecchio, anche se gli spostamenti tra una meta e l’altra ovviamente vengono fatti in automobile. Il gruppo era composto da 7 persone: cinque maschi e due femmine. Quattro persone dalla Liguria, due da Parma e una da Mantova”.

 

AB: “Quali le prime tappe?”

Stefano: “La prima tappa è stata al sito costituito dall’Eremo di Monte Siepi e dall’Abbazia di San Galgano, nel comune di Chiusdino, a circa 30 km da Siena. Qui c’è la spada di San Galgano, santo e cavaliere medievale del XII secolo, che in penitenza si ritirò dalla vita sociale per condurre la propria esistenza da eremita. Il sito è di carattere cistercense ed è stato costruito proprio attorno alla spada conficcata nella roccia dal santo. Ho apprezzato molto questa visita”.  

 

AB: “E dopo dove vi siete diretti?”

Stefano: “Sempre a Chiusdino abbiamo visitato il Museo Civico e Diocesano D’Arte Sacra, poi siamo andati a vedere il vero Mulino Bianco”.

 

AB: “Cioè?”

Stefano: “Sempre nel comune di Chiusdino c’è un agriturismo denominato Il Mulino delle Pile, che dal 1990 la Barilla ha utilizzato come icona per le sue pubblicità. Però, in via confidenziale (RIDE), posso dirti che il vero mulino non è bianco, ma è in pietra/sasso. Bel posto comunque!”.

 

AB: “Siamo ancora al primo giorno con il racconto, giusto?”

Stefano: “Sì, siamo ancora alla mattinata di venerdì. Nel pomeriggio poi abbiamo visitato Siena e in particolare il Duomo, cioè la spettacolare Cattedrale Romanico-Gotica. Ho apprezzato molto le opere d’arte che contiene e la visita alla cima del campanile. Siamo stati anche nel Battistero e prima di sera abbiamo fatto una puntatina anche a San Gimignano, cittadina dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco”.

 

AB: “Anche il sabato è stato così intenso?”

Stefano: “Sì direi proprio così. In mattinata siamo andati a visitare la Certosa di Calci, che è a 10 km da Pisa. E’ un ex monastero certosino molto grande. Se non ricordo male è stato costruito tra il 1600 e il 1700. Qui trovi dei bellissimi stralli lignei dei monaci e una notevole parete intarsiata a marmi, poi anche degli affreschi. Usciti da qui ci siamo diretti verso Vicopisano, che è a metà strada tra Pisa e Firenze. Vicopisano è un borgo situato tra l’Arno e il Monte Pisano ed è famoso per essere stato molto conteso in età medioevale e rinascimentale dalle città di Firenze e Pisa. La storia del borgo mi ha veramente mosso una grande curiosità. Qui mi riservo di fare i miei approfondimenti …”. (SORRIDE)

 

AB: “E poi arriviamo a domenica?!”

Stefano: “Macché domenica! (SORRIDE E SCUOTE LA TESTA) Sempre di sabato siamo andati alla Miniera di Caporciano, a pochi chilometri da Montecatini Val di Cecina. Qui già in epoca etrusca si estraeva rame e gli scavi sono poi continuati fino al 1907. La miniera ha dato il nome alla società chimica Montecatini, che poi fondendosi con Edison ha creato il colosso Montedison. Questo luogo è museo delle miniere dal 2003. I lavori per l’ampliamento delle parti visitabili sono finanziati dall’Unione Europea. Attualmente si può scendere solo fino al primo dei dieci piani sotterranei che caratterizzavano il luogo. La visita è guidata. Prossimamente saranno resi visitabili altri tre piani della miniera, che quando era attiva raggiungeva una profondità massima di 350 metri”.

 

AB: "Come si scende sottoterra? E sono larghi i cunicoli?”

Stefano: “Ci sono degli scaloni che portano giù …  I cunicoli sono larghi circa 1,5 metri e alti 2. Sotto si vedono ancora delle rocce rossastre, però non ci sono più vene di rame e per tale ragione la miniera è abbandonata da oltre cento anni”.

 

AB: “La gita finisce qui?”

Stefano: “No, perché sabato pomeriggio c’è stato anche spazio per una visita a Pontedera, prima di recarci in agriturismo per la cena. Il giorno successivo siamo stati invece a Volterra, bellissima città medievale e fortificata e da lì siamo poi ripartiti per tornare a casa”.

 

AB: “Mi sembra di capire che stavolta il Trekking lungo i fiumi non ti sia mancato più di tanto, è così? E cosa ti porti a casa da questa trasferta in Toscana?”

Stefano: “Sì è così, mi porto a casa una bella esperienza perché ho avuto modo di conoscere dei luoghi veramente interessanti. Mi porto dietro anche una bella sensazione di serenità e piacevolezza che deriva certamente dall’armonia del gruppo. Non vedo l’ora di fare altre gite culturali … del resto non si vive di solo Trekking!”

 

Aris Baraviera, Milano, 28 settembre 2020.

 

 

 

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LA MONTAGNA IN EQUILIBRIO

L’intervista a Veronica Compagnoni, Accompagnatore di  Media Montagna

 

 

AB: “Come si vive ad Arco?”

Veronica: “Ah guarda, è un piccolo paradiso…è un paese a pochi chilometri da Riva del Garda e Torbole e in pochi minuti si arriva al Lago. Ecco, appena l’ho visto mi è subito piaciuto tantissimo … Dico così perché io sono originaria della Valtellina e sono arrivata qui da grande“.  (SORRIDE)

 

AB: “Come si chiamano gli abitanti di Arco?”

Veronica: “Arcensi”.

 

AB: “Vai spesso a Riva del Garda?”

Veronica: “Sì, mi capita spesso di andarci. Riva del Garda attira turisti perché è una cittadina chic, con ottimi ristoranti ed eleganti negozi per lo shopping. Arco invece offre tantissimo per lo sport outdoor ed è l’ideale per chi ama le attività legate alla montagna”.

 

AB: “Dove abitavi prima?”

Veronica: “Abitavo a Madonna dei Monti, una frazione del comune di Valfurva. E’un paesino sulle pendici del Monte Reit, all’inbocco della Val Zebrù. Praticamente ero a pochi chilometri da Bormio”.

 

AB: “In che anno sei nata?”

Veronica: “Sono nata nel maggio del 1987”.

 

AB: “E dove hai studiato?”

Veronica: “Ho fatto la triennale di Agraria ad Edolo, in provincia di Brescia, all’Università della Montagna, è un polo innovativo che fa parte dell’Università di Milano. Nel frattempo, tramite il progetto Erasmus sono stata sei mesi a Vienna, dove ho conosciuto una ragazza che mi ha parlato benissimo del campus di Padova. Ed è così che è nata poi l’idea di frequentare lì la magistrale in Scienze Forestali ed Ambientali”.

 

AB: “E dove nasce l’idea di fare l’Accompagnatore?”

Veronica: “L’idea embrionale nasce a Edolo, dove ricordo che -- navigando in internet -- mi ero imbattuta nel termine di ‘Accompagnatore di Media Montagna’, che prima mi era assolutamente sconosciuto. Dopo aver fatto un po’ di ricerche su tale professione, avevo messo da parte la cosa, anche perché stavo studiando. Dopo qualche anno, però, quando ho conosciuto quello che sarebbe poi diventato mio marito – che sognava di fare la Guida Alpina -- ho rispolverato l’idea che via via si è rafforzata nel tempo”.

 

AB: “Da quando sei Accompagnatore di Media Montagna (AMM)?”

Veronica: “Dal 2017. Ho fatto il corso nel 2016, quando lavoravo come dottore forestale in Trentino”.

 

AB: “Cosa fa un dottore forestale?”

Veronica: “Beh … io facevo rilievi in bosco, misurazioni attraverso metodi della stima del legname presente in bosco, descrizione del popolamento forestale. Le finalità erano perlopiù quelle di fornire agli enti territoriali delle stime di quanto legname si potesse estrarre nel decennio. Si trattava di costruire un piano di gestione e trovare in sostanza il punto di equilibrio tra l’esigenza di estrarre legname e il rispetto dell’ambiente. Io poi come agronomo mi sono dedicata ai controlli nei vigneti, ho rilevato gli alberi monumentali e altre cose ancora. Ho continuato a fare questo lavoro praticamente fino al 2018, pertanto per quasi due anni ho viaggiato in parallelo tra la vecchia attività -- che poi ho lasciato -- e la nuova che era appena nata e che già mi piaceva tantissimo”.

 

AB: “Ho letto che Gli AMM sono le voci per eccellenza del turismo verde, ecocompatibile e sostenibile. L'AMM è una vera e propria guida escursionistica le cui competenze si esprimono in molteplici livelli. Alla conoscenza dell'ambiente montano si affianca una competenza sulle tecniche di camminata, dei materiali e degli strumenti che si impiegano nella progressione escursionistica. Significative, inoltre, sono le nozioni teoriche su argomenti naturalistici (zoologia, botanica, geologia) e culturali, come elementi di storia, arte, cultura e tradizioni locali, da condividere durante l'escursione. Tutto questo senza tralasciare la sicurezza, espressa attraverso nozioni di medicina sportiva e di montagna, primo soccorso, ottima conoscenza dell'ambiente montano, grande esperienza e importanti capacità di orientamento. Ecco, tu quale di queste tematiche prediligi?”

Veronica: “Come formazione direi che la mia impronta prevalente è sicuramente quella relativa alla vegetazione, poi viene la lettura del paesaggio e le sue trasformazioni”.

 

AB: “Se non ho capito male l’AMM fa parte delle Guide Alpine, credo di aver capito sia nell’elenco speciale delle Guide, e che però ha delle preclusioni dal punto di vista giuridico. E’ corretto?”

Veronica: “Esattamente, per legge l’AMM può muoversi su terreni montani anche rocciosi, ma che non prevedano l’utilizzo di attrezzature. Niente kit ferrata, niente ramponi, non si va su ghiaccio, né su neve. La montagna con attrezzatura è riservata alle Guide Alpine, che hanno una formazione che copre anche quegli ambiti”.

 

AB: “Lo stereotipo del montanaro ci descrive un soggetto che sta bene anche da solo e che caratterialmente è un po’ orso, tu come ti vedi?  Come ti relazioni durante le escursioni?" 

Veronica: “Beh dai … (RIDE DI GUSTO), la parola chiave è equilibrio.  Va bene che a volte sento davvero il bisogno di stare da sola o di girare per i monti con il cane, ma durante le escursioni so anche essere un ‘animale’ sociale e mi piace molto interagire con gli altri ... cioè, mi viene spontaneo. Mi sento a mio agio con il gruppo e credo di essere capace anche di capire le persone che ho di fronte, anche per interpretare un po’ quello che si aspettano da me. In genere comunque io non voglio appesantire l’escursione con nozioni troppo tecniche, cerco di rendere tutto semplice e naturale perché il bello di interagire con la natura, soprattutto in montagna. Anche i silenzi, l’ascolto delle persone, il guardarsi attorno e il chiacchierare del più e del meno fanno parte di questo. E poi il divertimento non è affatto secondario durante queste uscite”.  (SORRIDE)

 

AB: “Posso chiederti qual è il costo per partecipare alle escursioni che organizzi tu?”

Veronica: “In genere l’escursione costa 30 euro, ma dipende dalle tempistiche. Se propongo escursioni di mezza giornata faccio metà prezzo. Altre volte c’è un leggero sovrapprezzo se l’itinerario prevede l’inclusione di servizi come la consumazione enogastronomica o il tour con gli asinelli o altro ancora”.

 

AB: “Domanda pesante: siamo ancora in tempo per salvare il pianeta dal surriscaldamento e dall’anidride carbonica?”

Veronica: “E’ un tema ricorrente durante le escursioni, specie quando si passa davanti ai ghiacciai che si stanno ritirando. Lo stile di vita che abbiamo deve cambiare e tutti dobbiamo fare qualcosa perchè l'equilibrio con il pianeta si è già rotto. Purtroppo i modelli economici non si cambiano dall’oggi al domani, ma è necessario fare in fretta!”.

 

AB: “Che sensazione hai sul Covid 19? Sconfitta la pandemia in corso ne avremo altre per via delle sistematiche violazioni attuate dall’uomo agli ecosistemi?”

Veronica: “No dai, d’accordo che dobbiamo salvaguardare gli ecosistemi, ma non fasciamoci la testa in anticipo …ce la faremo!”

 

AB: “Domanda di alleggerimento: qual è il tuo libro preferito?”

Veronica: “Beh, posso dirti l’ultimo che ho letto e che mi è piaciuto: ‘Parete nord’ di Heinrich Harrer. Nel luglio del 1938 il grande scalatore Harrer, insieme ad altri quattro uomini, tenta di raggiungere la vetta svizzera dell'Eiger dalla celebre e impervia "Parete Nord". Harrer, che riuscirà per primo nell’impresa, racconta in questo libro la sua avventurosa scalata spiegando perchè le spedizioni precedenti hanno tragicamente fallito”.

 

AB: “La montagna può sostituire lo psicologo?”

Veronica: (SEMBRA SORPRESA DALLA DOMANDA) “Beh quello che posso dirti io … è che stare in mezzo alla natura significa anche riprendere il contatto con se stessi, ricaricarsi e ritrovare il proprio equilibrio …”

 

AB: “Sogni nel cassetto?”

Veronica: “Un viaggio lungo … in Nepal”. (SORRIDE E SALUTA)

 

Aris Baraviera, Milano, 20 settembre 2020.

 

 

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TREKKING SUI CIOTTOLI

Dopo la copiosa pioggia del 30 agosto, Stefano Mossini torna sul Trebbia con Avventure di un giorno

 

 

Lunedì sera 9 settembre alle 21,00 Stefano è stanchissimo, assonnato e bruciacchiato dal sole preso ieri sul Trebbia. E’ disteso sul divano e sta aspettando una telefonata che ormai probabilmente arriverà solo quando lui sarà già sopraffatto dal sonno.

La gita della domenica, che lui aveva proposto agli amici di Avventure di un giorno, è terminata molto tardi per via della cena consumata sulla strada del ritorno presso un ristorante a sud di Piacenza, sulla famosa Strada Statale 45 che collega Rivergaro al capoluogo emiliano.

 

Stefano è soddisfatto dell’escursione appena conclusa, nonostante qualche variazione al programma e qualche piccolo inconveniente. Mi spiega che la filosofia di Avventure di un giorno è proprio quella di avere un buon spirito di adattamento, del ricercare il piacere di stare insieme, del godere nel passare del tempo in contatto con la natura, senza pretendere che tutto fili liscio senza sbavature.

Stefano mi dice anche che aderire alle iniziative di Avventure di un giorno non significa fruire di un servizio, anche perché non c’è un pagamento corrisposto. Aderire significa invece aver voglia di interagire socialmente fuori dal contesto urbano. L’avventura viene quindi intesa come ricerca di soluzioni, flessibilità, amore per la natura e spiccato senso dell’altruismo. 

Praticare il trekking lungo il greto del Trebbia significa aver voglia di socializzare lontano dai soliti posti chiusi, lontano dagli schemi noti. Tutto questo risponde in sostanza ad una continua ricerca di novità e soprattutto ad un forte senso di libertà.

 

Il Trebbia nasce vicino a Genova, sul Monte Prelà (la cui vetta è a 1400 metri), ad un’altezza di circa 800 metri. Scorre verso nord-est fino a quando diventa un affluente del Po nei pressi di Piacenza, dopo aver percorso circa 120 km.

La parte del fiume che regala i migliori colori e le migliori spiagge è il tratto che va da Marsaglia a Bobbio. E’ qui a Bobbio che il gruppo composto da 13 persone (7 uomini e 6 donne) più il cane di Stefano, si era goduto il riposo pomeridiano sulla spiaggia, dopo aver camminato intensamente per tutta la mattinata. E’ qui che si erano tuffati in acqua, ed è qui che Stefano si è abbrustolito le spalle. Il pranzo al sacco era stato consumato invece nel posto in cui avevano lasciato le auto, cioè nei pressi di San Salvatore.

 

Le distese ciottolose dell’ampio letto e greto del Trebbia costituiscono una collezione completa delle rocce che formano i versanti di questa splendida valle appenninica, la cui peculiare storia geologica è ben nota al mondo scientifico. I ciottoli calcarei (composti cioè principalmente da minerale di calcite) sono caratterizzati da una struttura fine e omogenea attraversata da venature bianche di calcite e hanno superficie liscia e ben levigata e forma regolare, appiattita, ovoidale oppure allungata.  I ciottoli di arenaria (cioè quelli cementificati dalle sabbie in epoche diverse) sono perlopiù discoidali, irregolari con la superficie scabra per la presenza di granelli di sabbia.  Le tonalità prevalenti sono il grigio chiaro, il giallo-bruno, il bianco, ma ci sono anche ciottoli neri, nero-bluastri, rosso cupo e marrone scuro.

 

Camminare sul letto di questo fiume non è agevole, perché mette a dura prova sia le caviglie sia le ginocchia e rallenta di molto l’andatura. Per questo il tempo di percorrenza si era parecchio dilatato rispetto alle previsioni iniziali, anche perché il gruppo si era perso in chiacchiere, complice anche un clima fin troppo rilassato tra i partecipanti della spedizione.

In cammino dalle 9,30 con l’obiettivo di arrivare a Marsaglia, verso le 12,00 il gruppo aveva deciso di tornare indietro pur avendo percorso solo 6 km verso sud, cioè verso la sorgente. La decisione era stata presa per poter pranzare in tempi ragionevoli.

In mattinata il gruppo aveva lasciato le auto nei pressi di San Salvatore, scendendo verso il greto dai sentieri ben tracciati ma comunque abbastanza impegnativi. Stefano e gli altri avevano deciso di non portarsi dietro lo zaino con il cibo, optando solo per il ricambio delle scarpe che inevitabilmente sarebbero state poi inzuppate dalle acque del Trebbia.

 

Per i parmigiani la giornata era iniziata alle 7,15. Il ritrovo con il resto del gruppo era stato fissato per le 8,30 a Rivergaro. Comprensibile pertanto la stanchezza di Stefano che il giorno dopo si rammarica non tanto per non aver centrato l’obiettivo di Marsaglia, piuttosto per non aver trovato quella spiaggetta bianca che aveva promesso di mostrare agli amici.

Tra i più felici per la giornata trascorsa sul Trebbia c’è sicuramente Cristian, il figlio di Stefano, il più giovane del gruppo con i suoi 19 anni, fresco di maturità appena conseguita. Cristian è felice perché ha avuto la possibilità di chiacchierare con tutti i partecipanti alla gita e ha potuto udire racconti gradevoli e storie che certamente meritavano di essere ascoltate.

 

 

Aris Baraviera, Milano, 12 settembre 2020.

 

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L’ESTATE ADDOSSO

(Nella foto, il tramonto su Sestri Levante visto da Punta Manara)
  Stefano Mossini ci racconta le sue ultime uscite

 

AB: “Ben ritrovato Stefano! Nell’ultima intervista ci avevi parlato delle cascate, oggi cosa ci racconti?”

Stefano: “Beh, sono successe un po’ di cose dall’8 agosto scorso… “. (Sorride)

 

AB: “Cioè?”

Stefano: “Il 12 agosto ho aderito ad una iniziativa degli ‘Appiedati’, che è un gruppo di Parma che organizza delle belle camminate e degli eventi culturali. La gita era stata organizzata dalla Proloco di Bore al quale poi si sono aggiunti anche gli amici di ‘Avventure di un Giorno’. Bore è un comune situato a nord della valle del Ceno, vicino alla provincia di Piacenza ed è a circa 800 metri sul livello del mare. Siamo arrivati lì prima del tramonto, con la luce, poi quando è sceso il buio ci siamo soffermati a guardare in cielo le stelle cadenti.  Il tragitto del ritorno, dal punto di osservazione fino alle nostre auto, è stato illuminato dalla luce delle torce di cui ci siamo dotati per l’occasione”.

 

AB: “Quanti eravate?”

Stefano: “Circa 100 persone …una bella partecipazione all’evento direi!”. 

 

AB: “A Ferragosto invece che cosa hai fatto?”

Stefano: “Ero a Sestri Levante con gli amici di ‘Avventure di un Giorno’. Abbiamo fatto un trekking notturno fino a Punta Manara. Cioè, siamo partiti alle 19 per goderci il tramonto e poi siamo tornati in notturna. Punta Manara è un promontorio di forma triangolare sul Golfo del Tigullio, che va da Sestri Levante e Riva Trigoso, in provincia di Genova. E’stato un weekend bellissimo!”.

 

AB: “Mi avevi accennato che avresti raggiunto anche la vetta del Monte Cusna, l’hai fatto?”

Stefano: “Sì, sono salito sulla cima del monte con alcuni amici di Reggio Emilia, credo fosse il 20 agosto. Il primo tratto di strada l’abbiamo fatto in funivia, il resto camminando lungo il sentiero. Il Monte Cusna è in provincia di Reggio Emilia, verso la Toscana. La cima è a 2120 metri di altezza”.

 

AB: “Che altre gite hai fatto?”

Stefano: “Il 23 agosto con gli amici dell’associazione ‘Trekking Taro e Ceno’ sono stato sul Monte Zatta per ammirare il tramonto e per camminare in notturna. Eravamo in 12, un gruppetto davvero molto positivo e abbiamo fatto un percorso davvero panoramico”.

 

AB: “Scusa ma dove si trova il Monte Zatta?”

Stefano: “Beh, è nell’Appennino Ligure, tra la Valle Sturia, la Valle del Taro, la Valle Graveglia e la Val di Vara. L’altezza massima della cima del monte credo sia 1400 metri, la cima maggiore è quella di Levante, che è un po’ più alta di quella di Ponente e di quella Centrale”.

 

AB: “Se non erro il 27 agosto hai partecipato alla bella camminata nei Boschi di Carrega, giusto?”

Stefano: “Sì, corretto, la gita era organizzata dal gruppo dei ‘Gialli’, parmigiani che in genere organizzano camminate, Trekking ed eventi culturali. Prima si chiamavano ‘Passi On Parma’ e con loro in passato ho fatto parecchie uscite, come ad esempio la camminata di 12 km attorno alla città, che viene percorsa con un ritmo piuttosto sostenuto nonostante l’età media dei partecipanti non sia bassissima …”.

 

AB: “Com’è il posto?”

Stefano: “Molto bello, il Parco naturale regionale dei Boschi di Carrega è un’area protetta di oltre 2000 ettari in provincia di Parma, precisamente tra Collecchio e Sala Baganza. Il territorio è prevalentemente boschivo e ricco di varietà di flora e di fauna. All’interno del parco c’è anche il famoso edificio denominato ‘Il Casino dei Boschi’. Costruito nel Settecento fu comperato poi da Maria Luisa d’Austria agli inizi dell’Ottocento. La villa assunse uno stile neoclassico e il parco circostante divenne un giardino all’inglese.

Tieni presente che la gita era programmata a partire dalle 19,30, per cui è stato un evento serale. Siamo tornati alle macchine verso mezzanotte, dopo aver percorso 15 km tra i sentieri sterrati e dopo aver cenato in un vecchio casolare …”.

 

AB: “Quanti eravate?”

Stefano: “32 persone, tra le quali parecchi over 60”.

 

AB: “E cosa ci dici della gita di ieri sul Trebbia?”

Stefano: “Ieri ci siamo divertiti – eravamo un bel gruppetto di 9 persone -- anche se la giornata è stata fortemente condizionata dal maltempo. La gita l’avevo proposta io agli amici di ‘Avventure di un Giorno’, e prevedeva che avremmo dovuto seguire il Trebbia partendo da Bobbio e arrivando fino a Marsaglia. Il programma prevedeva tra l’altro il pernottamento all’Ostello di Coli e la cena serale a Brugnello. Già dal primo mattino però la pioggia battente ci aveva fatto capire che la giornata non sarebbe andata come avremmo voluto. Dopo aver passeggiato a Bobbio in attesa di schiarite, che poi non ci sono state, ci siamo diretti a Brugnello dove siamo riusciti a convertire la cena in pranzo e ci siamo rifocillati, e soprattutto asciugati i vestiti e le scarpe. Nel pomeriggio poi siamo andati a Castell’Arquato dove abbiamo fatto una bella camminata nonostante la fastidiosa pioggerella. E prima di salutarci abbiamo cenato con quello che avevamo preparato per il pranzo al sacco”.

 

AB: “Perché non avete rinviato la gita visto il maltempo?”

Stefano: “Siamo alla fine di agosto e … io mi sento l’estate ancora addosso! Ho troppa voglia di stare all’aria aperta. La gente che partecipa a queste gite lo fa per vivere in contatto e in armonia con la natura e per socializzare. L’idea di rimanere a casa davanti alla TV ci fa intristire solo al pensiero. Per cui se la gita è programmata per quanto possibile si fa, al limite si cambia il programma, ma non si sta a casa. Diciamo che la partecipazione a questi eventi è davvero una filosofia di vita”.

 

Aris Baraviera, Milano, 31 agosto 2020.

 

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PERINO E CARLONE, CASCATE E TREKKING

Stefano Mossini ci racconta la gita dell’8 agosto di Avventure di un Giorno


AB: “E’ stata una bella gita?”

Stefano: “Sì, direi bellissima”.

 

AB: “Dove vi siete trovati?”

Stefano: “Il ritrovo a Parma era alle 7.15 per chi partiva da lì. Poi ci siamo trovati con gli altri a Rivergaro in provincia di Piacenza, dove abbiamo ‘ottimizzato’ le macchine”.

 

AB: “Cioè?”

Stefano: “Siccome eravamo in dieci abbiamo lasciato lì qualche auto e ne abbiamo utilizzate solo tre, anche in considerazione del fatto che le strade sono molto strette per arrivare in prossimità del percorso che porta alle cascate”.

 

AB: “Quindi avete lasciato le macchine dove inizia il percorso che porta alle Cascate del Perino?”

Stefano: “Sì, è così. Inizia in località Calenzano, che credo sia sotto il comune di Bettola, dove appunto abbiamo parcheggiato le auto. Da lì poi si fanno alcuni chilometri nel bosco e si arriva alle cascate. Il dislivello è di 250 metri, però il percorso è abbastanza impegnativo, cioè non è banale”.

 

AB: “Come sono quindi queste cascate?”

Stefano: “Le Cascate del Perino sono cinque e sono meravigliose. Noi abbiamo fatto il bagno sotto la Cascata Superiore, dove l’acqua che scende dalla roccia fa un salto di 17 metri. Lì sotto puoi nuotare, ma non tocchi perché il livello dell’acqua è piuttosto alto …”

 

AB: “L’acqua è pulita e limpida?”

Stefano:Assolutamente, l’acqua è limpidissima e nella zona non c’è nulla né a livello di industrie né di allevamenti, per cui lì si è solo circondati dalla natura. Quando si arriva alle cascate, nasce subito il desiderio di buttarsi in acqua per fare il bagno. Forse il rischio è quello di essere troppo accaldati e di subire un notevole sbalzo termico, ma per fortuna il percorso a piedi è totalmente in ombra”.

 

AB: “Ma le cascate dove si trovano precisamente?”

Stefano: “Si trovano a Bettola in provincia di Piacenza, vicino al Passo del Cerro che divide la Val Trebbia dalla Val Nure. Il territorio è caratterizzato da un paesaggio che alterna tratti particolarmente dolci e modellati dalle coltivazioni, ad altri più impervi, e offre scenari sempre diversi ed interessanti. Nel suo medio corso, il torrente Perino mostra la connotazione più aspra, poiché il suo percorso, fino a qui lento e tranquillo, si rinserra improvvisamente in una stretta gola. E’ proprio in questo punto che ha inizio la parte più suggestiva della valle, in quanto la roccia presenta una dozzina di salti – cinque piuttosto importanti- che il torrente supera formando altrettante cascate naturali, la più alta delle quali -- la Cascata Superiore -- raggiunge i 17 metri di altezza. Le cascate si collocano nella parte centrale del corso ad un’altezza che va dai 600 ai 700 metri”.

 

AB: “Dove avete mangiato?”

Stefano: “Alla quinta cascata, il pranzo era al sacco. Subito dopo siamo ripartiti per tornare a Calenzano, quindi alle macchine”. 

 

AB: “Prima hai detto che eravate in totale 10 persone, ho capito bene?”

Stefano: “Sì, 6 uomini e 4 donne. Dovevamo essere di più, ma qualcuno poi non è venuto. Tieni presente che l’8 agosto era un giorno da bollino nero -- forse l’unico giorno critico dell’anno dal punto di vista del traffico -- e qualcuno temeva proprio questo”.

 

AB: “Età media?”

Stefano: “Boh non saprei, forse cinquanta…”.

 

AB: “Non avevate una guida?”

Stefano: Il gruppo Avventure di un Giorno non prevede la guida. Ognuno può proporre una gita, ci si documenta e via che si va... verso l'avventura. Non si tratta né di un'agenzia viaggi né di un'associazione, solo amici che dedicano il proprio tempo libero a proporre momenti di aggregazione gratuiti. Perlopiù le persone di questo gruppo sono di Parma, Mantova e Genova. La cosa più importante è mantenere sempre la cortesia che in genere si usa appunto tra amici. Per rispondere alla tua domanda, nella fattispecie la gita alle Cascate del Perino e alla Cascate del Carlone l’avevo proposta e preparata io”.

 

AB: “C’è stata armonia di gruppo durante l’avventura?”

Stefano: “Sì, direi decisamente. Il gruppo era composto da gente desiderosa di vedere e conoscere nuovi posti e dalla voglia di condividere questi momenti con altre persone. Non abbiamo rispettato interamente il programma che io avevo preparato a priori, ma ce lo siamo un po’ modellato anche in base alle esigenze e alle tempistiche del momento”.

 

AB: “E cosa mi dici della delle Cascate del Carlone, cioè della parte pomeridiana della gita?”

Stefano: “Dalle Cascate del Perino siamo tornati a piedi in località Calenzano, dove avevamo lasciato tre auto. Da lì in macchina siamo andati giù alla statale e poi verso Bobbio. Poi siamo saliti passando per strade strette fino a  San Cristoforo, che è un antico borgo a 600 metri di altezza dove abbiamo nuovamente parcheggiato le auto. Il viaggio sarà durato credo quaranta minuti. Poi ci siamo incamminati sul sentiero che porta alle cascate. Ci sono numerose cascate e cascatelle e più sotto c’è un laghetto d’acqua termale con proprietà termominerali e una fonte salina. L’acqua del Carlone ha proprietà termali per l’alta concentrazione di minerali di sale. So che in particolare c’è molto magnesio…però non riesco ad essere più preciso”.

 

AB: “A che ora siete tornati?”

Stefano: “Nel tardo pomeriggio, credo fossero quasi le 19, il gruppo si è diviso: io ed altri ci siamo fermati a bere un aperitivo a Bobbio, mentre il resto del gruppo è tornato a casa per la cena”.

 

AB: “E poi?”

Stefano: “Volevamo cenare a Bobbio, ma non c’era un ristorante libero e così siamo saliti a Brugnello”.

 

AB: “Quindi avete chiuso alla grande con la cena a Brugnello?”

Stefano: “Beh, posso dirti che abbiamo scoperto le bellezze di Brugnello, che è un piccolo borgo arroccato su uno sperone di roccia a 464 metri a strapiombo sul Trebbia, proprio dove il fiume fa una curva creando un canyon spettacolare. Per la cena diciamo che ci torneremo e ci riproveremo, perché quella sera era tutto pieno … praticamente un muro di gente”.

 

Aris Baraviera, Milano, 19 agosto 2020.

 

 

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Il Lockdown fa bene (ai velocisti made in Italy)?

Nell’immediato periodo post isolamento al rientro dalle competizioni sono arrivati risultati cronometrici dei nostri velocisti che mai si erano visti. Una casualità oppure l’allenamento nel parco/giardino di casa ha funzionato?

Il n.1 dello sprint italiano Filippo Tortu fa 10’’12 a Savona a Luglio battendo il nostro Marcel Jacobs (10’’14). Flavio Desalu sempre a Savona finisce terzo in 10’29 e il lunghista Filippo Randazzo reduce da un 8.12 metri a Savona subito dopo a Rieti si cimenta sui 100 metri e vince con 10’’32. Per non parlare di Davide Re ;questi i suoi tempi all’esordio: 10’’47 (PB) sui 100 metri, 20’’69(PB) a Rieti sui 200 metri poi sui 400 metri in 45’’31 (suo record italiano nel 2019 in 44’’77 )e a un soffio dal record italiano del compianto Donato Sabia (1:00:08 del 1984) dei 500 metri con un ottimo 1’00’’30 a Rieti a Luglio. Sono prestazioni estemporanee oppure, essendo praticamente degli esordi stagionali, segnano un punto fermo per una grande stagione della velocità italiana? Sicuramente a livello tecnico questi dati fanno riflettere perché avvenuti dopo uno stop o semi stop dovuto al periodo di quarantena. Forse il periodo forzato di assenza dalle prime competizioni ha fatto si che gli atleti nostrani si sono dovuti “arrangiare” con allenamenti “old style” nel cortile o nel vialetto di casa o nel giardino (mini runninginthepark?) (es. Tortu) oppure , immaginiamo, con sedute pure di potenziamento. Un paio di indizi interessant sono prima il caso di Filippo Randazzo; non si è potuto allenare ,sempre immaginiamo, sulla tecnica in quanto non aveva a disposizione il campo di gara  e quindi ha focalizzato l’attenzione sulla velocità. Dalle prime evidenze ha clamorosamente beneficiato la prestazione sui 100 metri diventando un outsider di lusso e un ,magari, interessante staffettista per la nazionale italiana e nel frattempo ha saltato benissimo al suo esordio. Secondo esempio: Davide Re allenandosi per la velocità ha scoperto un potenziale altissimo sui 200 metri e ,a tutti gli effetti, ha esordito magnificamente sui 400 metri (il suo è miglior tempo mondiale stagionale). A noi non sembrano casualità, ma inaspettatamente, forse una nuova via nella metodologia del training della velocità! 

Corrado Montrasi

Milano, 23/07/2020

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VERTICAL LIMIT

Stefano Mossini ci racconta il weekend lungo di Trekking sulle Dolomiti
 
AB: “Cosa pensavi mentre eri là sulle Dolomiti?”
Stefano: “Ho pensato a tutto quello che mi sono perso in tanti anni, quando ignoravo la bellezza delle montagne…”.

AB: “Perché? Davvero non eri mai stato sulle Dolomiti?”
Stefano: “Diciamo che le frequento da poco, l’anno scorso ci sono andato in inverno, con la neve”.
 
AB: “C’è una bella differenza tra inverno ed estate in questi posti, sei d’accordo?”
Stefano: “Ecco, ho ammirato la versatilità del posto. Ho rivisto le stesse piste, che si prestavano bene allo Sci di Fondo, adattarsi ora magnificamente alle ruote della mountain bike”.
 
AB: “Con chi sei andato stavolta?”
Stefano: “Con l’associazione Trekking Taro e Ceno. Tutte le guide del gruppo sono iscritte ad AIGAE, l’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche. Hanno seguito impegnativi corsi della Regione Emilia-Romagna, ottenendo così l’abilitazione a esercitare la professione”.
 
AB: “Quando siete partiti?”
Stefano: “Siamo partiti venerdì l’altro, il 3 luglio, alle 6 e mezza del mattino, e siamo tornati domenica sera 5 luglio verso le 23.00”.
 
AB: “Da dove siete partiti?”
Stefano: “Due macchinate sono partite da Parma, una da Piacenza e un’altra da Verona. Eravamo in dieci”.
 
AB: “E in quali luoghi siete stati di preciso?”
Stefano: “Il primo giorno siamo stati al Lago di Braies, il secondo alle Tre Cime di Lavaredo e il terzo giorno al Picco di Vallandro”.
 
AB: “Fin dove siete arrivati durante la visita alle Tre Cime di Lavaredo?”
Stefano: “Fin sotto alle Tre Cime, appunto. Solo il muro di roccia verticale ci ha fermato ...”.  (Ride)
 
AB: “Cosa è rimasto del ghiacciaio?”
Stefano: “C’è rimasto qualche fazzoletto di neve e ghiaccio, ma solo delle tracce di quello che era il ghiacciaio di qualche decina di anni fa …”.
 
AB: “Cosa hai apprezzato particolarmente?”
Stefano: “Il Picco di Vallandro è stupendo! Sei di fronte alle Tre Cime di Lavaredo, e mentre sei là per aria hai praticamente la vista a 360 gradi sul cuore delle Dolomiti. Ti trovi tra la vallata del Lago di Braies e la Vallata delle Tre Cime. Lì ti viene facile dimenticare tutte le miserie terrene, perché percepisci bene di essere vicino al cielo!”.
 
AB: “Dove avete dormito?”
Stefano: “A Dobbiaco, in albergo, dove abbiamo anche cenato venerdì e sabato. A pranzo invece abbiamo mangiato nei rifugi”.
 
AB: “Avevate un capo squadra, giusto?”
Stefano: “Certo, la guida Antonio Mortali.E’ un grande esperto in botanica”.
 
AB: “Dicevi che eravate un gruppo composto da dieci persone, ma di quale fascia di età?”
Stefano: “Beh il più giovane era mio figlio Cristian, che ha appena finito l’esame di maturità. Gli altri erano invece un po’ più maturi, diciamo sui 40 o 50, sicuramente sotto i 60. Il gruppo era composto da 4 uomini e 6 donne”.
 
AB: “Conoscevi già qualcuno?”
Stefano: “Oltre a mio figlio, ovviamente, conoscevo Floriana, una mia amica di Reggio Emilia”.
 
AB: “I sentieri erano impegnativi?”
Stefano: “Beh, un po’ sì, ma il gruppo è rimasto sempre unito … ci si aiutava.  Come dicevo prima, solo il limite verticale ci ha fermato. Per il resto si è camminato sempre bene”.
 
AB: “Come è stato il rapporto con i compagni di avventura?”
Stefano: “Direi molto cordiale con tutti. Non si sono formati sotto-gruppetti perché tutti parlavano con tutti, nella massima cordialità e serenità. Purtroppo la sera eravamo troppo cotti per socializzare ancora e dopo un breve giretto in paese (a Dobbiaco) si andava a nanna sfiniti”.
 
AB: “Il tuo abbigliamento si è rivelato adatto alle condizioni atmosferiche?”
Stefano: “Certo. Avevo magliette termiche, scarpe da Trekking e pantaloncini. Poi nello zaino le cose più pesanti in caso di bisogno”.
 
AB: “C’è un filo conduttore tra le Dolomiti e le montagne dell’Appennino più vicine a casa tua?”
Stefano: “Non saprei…forse le montagne rispondono all’esigenza di natura incontaminata di cui abbiamo particolare bisogno in questa epoca. Una necessità quindi, non un lusso”.
 
AB: “Le dolomiti rievocano allo sportivo attento l’eco di una storia di uomini che lassù, sotto diverse bandiere, combatterono gli uni contro gli altri. Ci hai pensato?”
Stefano: “No, sinceramente non mi è venuta in mente la Grande Guerra. Ho pensato alla fatica che facevano gli alpini, ma non quelli di 100 anni fa. Ho pensato a quelli che hanno fatto il militare qui negli anni Sessanta e Settanta, quando la vicinanza alla ex Jugoslavia creava delle tensioni non indifferenti …”.
 
AB: “Nel 1915 migliaia di uomini italiani ed austriaci si trovarono a combattere a quote così elevate che nessun esercito al mondo aveva mai affrontato prima. Anche sulle Tre Cime di Lavaredo si combatterono diverse battaglie. Più in generale la guerra sulle Dolomiti fu soprattutto di posizione e per questo vennero costruiti cunicoli, camminamenti e fortificazioni nella roccia, così come cunicoli nel ghiaccio. Ancora oggi sono visibili e ben conservati.”
Stefano: “Impressionante che sia veramente potuto succedere tutto ciò. Mi piacerebbe tornare sulle Dolomiti anche per fondermi nei luoghi che sono stati teatro di queste battaglie e magari poter ascoltare le anime degli uomini che non ce l’hanno fatta”.
 
Aris Baraviera, Milano , 11 luglio 2020.



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Il FASCINO DELLE GEOMETRIE

 
E’ un martedì pomeriggio di fine giugno, una delle prime giornate calde di questa estate 2020. Stefano Mossini, detto “Il Mos” esce dalla sua casa di Parma per fare jogging con l’intenzione di percorrere il solito giro circolare che lui traccia in senso orario. Vuole smaltire l’acido lattico che ha accumulato nel weekend di trekking trascorso sulle Dolomiti.  Ha appena iniziato a correre da Viale Piacenza in direzione di via Buffolara e già sente che i muscoli delle gambe sono duri e tesi come pane avanzato da una settimana. Le camminate in altura sono state piacevoli ma anche piuttosto impegnative. Oltre all’acido lattico, Stefano fa i conti con il movimento della corsa che sembra arrugginito perché è da un po’ che non pratica, visto che negli ultimi tempi si è dedicato perlopiù alla mountain bike.  Dopo essere entrato in Strada Baganzola, gira verso est e raggiunge le sponde del torrente della Parma, poi tira dritto verso sud, e in prossimità della Strada delle Fonderie angolo Via dei Farnese, entra nel Parco Ducale.
 
Il Parco Ducale oggi è un insieme ordinato di giardini e piante che conserva i caratteri formali del giardino settecentesco, con un’atmosfera vagamente romantica che ha un po’ smussato e camuffato le rigide geometrie neoclassiche.  Il parco si estende per 208.700 metri quadrati ed è caratterizzato dalla presenza di quasi 1500 piante, molte delle quali hanno circa duecento anni.
Il parco nacque con Ottavio Farnese che fece erigere il Palazzo del Giardino nel 1561 al posto del castello trecentesco della Ghiara, e attorno alla nuova villa creò appunto dei giardini. I Farnese furono una nobile dinastia del Rinascimento Italiano e governarono il Ducato di Parma e Piacenza dal 1545 al 1731.  Ottavio, nipote di papa Paolo III, è stato il secondo duca. A fine del XVI secolo i giardini si presentavano ricoperti di boschi d’aranci, querce, pini e platani. Al loro interno vi erano anche delle peschiere con grande quantità di pesce e delle cave in cui venivano tenuti alcuni animali feroci. Il parco cadde in uno stato di declino a metà del Settecento durante la guerra di successione austriaca, quando tutti gli alberi secolari vennero tagliati e bruciati per fini bellici.  Con il ducato di Maria Luigia, già moglie di Napoleone, vennero reintrodotte nuove specie arboree tra cui platani che si possono ammirare ancora oggi. Maria Luigia governò dal 1815 al 1847 e fu molto amata perché realizzo diverse opere, tra le quali ricordiamo ad esempio il Teatro Ducale, ma soprattutto perché mantenne in vigore la legislazione napoleonica e anzi, nel 1820, sostituì al Codice Napoleone un codice civile ancora più avanzato.
 
Come tutti i runner che si allenano al Parco Ducale, anche Stefano predilige le strade perimetrali piuttosto che quelle interne, popolate perlopiù da famiglie che gravitano intorno alla Fontana del Trianon, una bella struttura monumentale dalle forme barocche che i bambini conoscono e amano perché è abitata dai cigni. Nel parco si notano anche parecchie bici, ma è raro vedere i ciclisti che si allenano qui perché a differenza del Parco della Cittadella non c’è un anello asfaltato dove possono scorrazzare veloci e indisturbati.
Stefano ora viaggia tranquillo e le gambe sembrano più sciolte di prima. Il suo cuore pompa bene e lui lo percepisce distintamente. Sa benissimo che un allenamento come quello di oggi aiuta a sviluppare un cuore più forte, soprattutto perché l’attività fisica coincide con i suoi miglioramenti dello stile di vita, come aver smesso di fumare e aver abbandonato una dieta ricca di grassi saturi. La corsa inoltre aiuta a eliminare l’ansia e lo stress post lockdown, favorisce lo sviluppo regolare del sonno e migliora l’umore. Mentre pensa a tutte queste cose, si sente leggero come una piuma e felice di aver intrapreso ormai da qualche anno un percorso salutista che l’ha portato a pesare 82 kg, cioè molti meno rispetto ai 108 che si trascinava precedentemente.   
 
Dopo un certo degrado che ha caratterizzato la struttura del parco negli anni Novanta del secolo scorso, nei primi anni del nuovo secolo il Ducale è stato sottoposto ad un forte restyling nel rispetto delle caratteristiche originarie: oltre al miglioramento dell’illuminazione e l’irrigazione, sono stati installati numerosi cestini e alcune nuove panchine con le doghe lunghe in legno, che hanno affiancato quelle già presenti in marmo bianco. Più in generale il Comune ha cercato di migliorare la fruibilità del parco e la sicurezza delle persone che lo frequentano, anche prevedendo una vigilanza costante. Nonostante questi lodevoli tentativi, il parco non è più frequentato come lo era stato in passato. Stefano ricorda con nostalgia gli anni Ottanta, quando il parco rappresentava un punto fermo per tutti i ragazzi parmigiani. Lo nota bene perché nel parco ci passa tutti i giorni, con sua mamma, con gli amici o con il cane. Ci passa anche perché è vicinissimo alla casa in cui vive.  Stefano ne parla spesso con amici e conoscenti, a cui racconta come il parco sia oggi maggiormente apprezzato dai non parmigiani, e in particolare dalle famiglie che sono arrivate a Parma negli ultimi anni dall’Europa centro orientale, dall’Africa occidentale e dall’Asia orientale.  Non si capacita di come i parmigiani autoctoni possano essere sempre più attratti dai centri commerciali, dalla liturgia dello shopping e dei fast food, anche se si rende conto di come queste moderne “cattedrali del consumo” siano luoghi costruiti proprio per far perdere la dimensione spazio-tempo ai suoi frequentatori. Non a caso, sa bene,  sono luoghi sempre coloratissimi, molto illuminati, senza esposizione di orologi alle pareti, con scaffali e percorsi di camminamento in continuo e costante cambiamento.
Sulla spinta di questa moderna tendenza, che lui voleva comprendere meglio e contrastare, qualche anno fa Stefano si era messo a frequentare gli ambienti delle liste civiche per scoprire se il tema fosse o meno dibattuto nell’ambito cittadino.
 
In prossimità del Piazzale Santa Croce, cioè vicino all’Ospedale Maggiore di Parma, “il Mos” imbocca l’uscita ovest di via Kennedy, poi prosegue su Viale Gramsci e quando arriva all’incrocio di via Rolando dei Capelluti gira a destra per ritrovarsi poi di nuovo in Viale Piacenza da dove era partito. La sua corsa adesso è fluida e il ritmo è costante come quello di un metronomo. Dopo aver percorso 8 km, Stefano rientra a casa anche se avrebbe voglia di replicare il giro.
 
Aris Baraviera, Milano, 30 giugno 2020.
 
 

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LA FORTEZZA E’ META’ BELLEZZA

Stefano Mossini, purosangue parmigiano, ci descrive il Parco della Cittadella di Parma
 
AB: “Sei uno sportivo?”
Stefano: “Mi definisco un amante dello sport più che uno sportivo”.

AB: “Quali discipline riesci a praticare?”
Stefano: “Diciamo che trekking e mountain bike li praticavo piuttosto regolarmente prima del lockdown. Mi piace anche fare jogging al parco, ma con la corsa non riesco ad essere altrettanto costante”.
 
AB: “Dove ti alleni prevalentemente?”
Stefano: “Mi piace molto frequentare il Parco della Cittadella, secondo me adatto sia per l’allenamento con la mountain bike sia per la corsa. E’un parco che attira tantissime persone che vengono qui a praticare svariate attività. Ci sono altri parchi belli a Parma, ma la Cittadella è la casa dello sport, cosa che non vale per gli altri parchi. La vocazione allo sport è come la classe: è innata, se non ce l’hai ...non te la puoi inventare!”.
 
AB: “Il parco è vicino a dove vivi tu?”
Stefano: “Abbastanza, dista circa 4 km da casa mia. Io abito più vicino all’altro parco famoso di Parma, Il Parco Ducale”.
 
AB: “Mi descrivi un po’ il Parco della Cittadella?”
Stefano: “La Cittadella ha una forma pentagonale e copre circa 120.000 metri quadrati,  è circondata da grosse mura e dotata di bastioni e fossati. Ha una doppia bellezza che è riconducibile sia al verde, inteso come alberi e prati, sia alla ricchezza storico-artistica che caratterizza le costruzioni situate all’interno del perimetro, sia le porte di ingresso e le mura. E’ fatta così perché nasce come fortezza militare verso la fine del Cinquecento per volontà di Alessandro Farnese. Il prato centrale è circondato da grossi platani, mentre ai lati dei vialetti ci sono filari di tigli. La viabilità principale si sviluppa vicino alle mura, dove il viale asfaltato è frequentato da ciclisti, camminatori, runner e pattinatori, e dove a tutte le ore del giorno trovi qualcuno che si allena.
E’un parco molto accogliente perché ci sono bar, tavolini, fontanelle e spogliatoi, e anche per questo è molto frequentato dalle famiglie. Qui si organizzano diversi eventi e manifestazioni. Ultimamente ho visto molte persone che stavano lavorando al computer, anche perché c’è il servizio Wi-Fi gratuito”.
 
AB: “Quanti accessi ci sono al parco?”
Stefano: “C’è un accesso principale che è quello di Viale Rimembranze, caratterizzato da un elegante ponticello con arcate e il monumento fatto in pietra di Angera. L’ingresso a sud è invece più spartano e si chiama Porta Soccorso, dove ci sono diversi bastioni e hanno sede svariate associazioni.   Il tunnel che collega il centro della città al parco credo sia momentaneamente chiuso. E’ comunque un passaggio che solo negli ultimi tempi è stato riscoperto e valorizzato”.
 
AB: “Cos’altro sai della Cittadella?”
Stefano: “Come ho già detto, so che era nata come fortezza, in scala minore rispetto al prototipo della fortezza di Anversa, da cui hanno preso spunto per costruirla. Via via è diventa prima una caserma, poi una prigione e luogo di esecuzioni capitali. Poi ho letto che ai primi decenni dell’Ottocento, sotto Maria Luisa, è ritornata ad essere una caserma e ha quindi ospitato la fanteria dell’esercito del ducato di Parma Piacenza e Guastalla. Da quando lo conosco io, il parco ha sempre attirato tanta gente. Fino a qualche anno fa all’interno delle mura c’era un ostello molto frequentato dai giovani. La decisone di chiuderlo mi ha molto sorpreso. Ah, dimenticavo di dirti che negli anni Ottanta del secolo scorso nel parco si allenava il famoso Parma calcio di Arrigo Sacchi”.
 
AB: “A proposito di riqualificazione: le ristrutturazioni sono recenti?”
Stefano: “Il parco ha cambiato volto tra il 2008 e il 2010. Prima si aveva la sensazione che fosse un po’ più trascurato, o per meglio dire meno messo a lucido, patinato. Alcuni lavori li hanno fatti anche di recente, nel 2019 e 2020. Tieni presente che il parco è comunque sempre stato accessibile ai disabili, in quanto non ha mai avuto delle barriere architettoniche. Questo aspetto lo noto poco quando corro, ma quando passeggio col cane – e io lo porto lì ogni sabato mattina -- mi capita di farci caso e di vedere parecchie carrozzine. Credo sia una bellissima cosa”.  
 
AB: “Posso farti qualche domanda un po’ personale?”
Stefano: “Sì certo. Sono qui apposta”. (Ride)
 
AB: “Lavori in città?”
Stefano: “Lavoro a San Michele Tiorre che è un paesino in collina vicino ai primi rilievi appenninici, sulla riva del torrente Cinghio. Dista 20 km da casa mia. Faccio il magazziniere”.
 
AB: “Sei sposato?”
Stefano: “Sono separato. Vivo con mia madre che non è completamente autosufficiente. Ho due figli, di 22 e 19 anni (io ne ho quasi 52!)  con cui ho un bellissimo rapporto e un simpaticissimo cane meticcio di taglia piccola”.  (Sorride e sembra felice)
 
AB: “Segui qualche dieta alimentare specifica?”
Stefano: “Assolutamente sì. Seguo una famosa dieta che varia a seconda del gruppo sanguigno. Io mangio senza glutine, latticini e carne di maiale”. 
 
AB: “L’ultima tua uscita di trekking?”
Stefano: “Sabato scorso a Borghetto, cioè a Valeggio sul Mincio nel veronese. La settimana prossima sarò sulle Dolomiti”. (Si allontana facendomi ciao ciao con la mano)
 
 
Aris Baraviera, Milano, 21 giugno 2020.


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LE SINFONIE DELLA NATURA

Alessandro Ricci (suo lo smog su tela nell'immagine) ci parla della musica che lui suona all’aperto
 
AB: “Perché suonare all’aperto?”
Alessandro: “E’ bellino suonare all’aperto, l’ho fatto tantissime volte con diverse band nei boschi, nei parchi, lungo le vie della città o sulle colline attorno a Firenze. D’estate c’è l’accompagnamento delle cicale…”
 
AB: “Ma dove suonate precisamente?”
Alessandro: “Suoniamo spesso in un boschetto vicino a Villa Vrindavana, la villa degli hare krishna, che è dalle parti di San Casciano Val di Pesa, località resa tragicamente celebre a causa del mostro di Firenze’. Altre volte andiamo sulle colline dietro casa mia, altre ancora al Parco delle Cascine. Poi mi garba andare a far musica nei bivacchi… Fino a qualche anno fa suonavo con un amico nei rifugi di Pratomagno, tra la provincia di Arezzo e quella di Firenze. Con un altro amico, detto ‘lo sbirro’ perché lavorava alla Scientifica, avevo fondato il <Duo retrodanza>: lui con la fisarmonica, io col flauto o col violino. Bella esperienza, con lui si fece ballare un po’ di gente nelle campagne attorno a Firenze, forse si trova ancora qualche filmato su YouTube …”
 
AB: “Vai cercando il silenzio scappando dalla città e quindi dall’inquinamento acustico?”
Alessandro: “Certo, anche quello … ma non solo quello”.
 
AB: “E’ mai successo che il tempo atmosferico rovinasse l’evento musicale all’aperto?”
Alessandro: “E capitato raramente, anche perché guardiamo attentamente le previsioni del tempo. C’è chi ha degli strumenti musicali delicati che non possono prendere la pioggia, come chitarre e sitar, per cui siamo obbligati a scegliere le giornate di alta pressione. Il sitar è uno strumento a corde originario dell’India settentrionale. Ha un suono tutto particolare ed è fatto anche con parti di zucca essicata … quindi è delicatissimo!
Se si improvvisa io tendo sempre a portare il flauto, ma non quello piccino che si impara a conoscere a scuola, quello un po’ più grosso che ha il suono più melodico. Ovviamente ci sono anche gli eventi in cui devo per forza usare il violino e lì devo stare attento a non beccare acqua”.
 
AB: “Se ho capito bene, il flauto si presta meglio del violino all’improvvisazione?”
Alessandro: “No, non vale per tutti questa cosa, vale per me perché sono più bravo con il flauto che con il violino …”
 
AB: “Quando suonate all’aperto, specie in collina, il vento non disturba l’acustica?”
Alessandro: “No non direi, prendiamo quello che viene. Se hai lo spartito logicamente devi fissarlo con le mollette perché altrimenti le pagine te le gira il vento …”
 
AB: “Ma come si comportano gli animali del bosco quando voi suonate?”
Alessandro: “Loro fanno il loro, noi non li disturbiamo perché non usiamo amplificatori o batterie. Il nostro suono è abbastanza dolce”.
 
AB: “Suoni stabilmente con qualche band?”
Alessandro: “Non stabilmente, mi chiamano spesso per eventi con il flauto, ma anche con il violino mi capita di suonare in gruppo”.
 
AB: “Fate spettacoli aperti al pubblico?”
Alessandro: “Sì capita, ma di solito suoniamo per divertirci e stare in mezzo alla natura. Ci diamo appuntamento e ci troviamo direttamente sul posto. D’inverno logicamente è molto difficile e allora ognuno suona per conto proprio oppure ci troviamo a casa di uno che abita in campagna. Da me mai perché abito in appartamento, a Stazzema.”
 
AB: “Ti capita di suonare anche da solo all’aria aperta?”
Alessandro: “Sì certo, ma di solito vado a provare dei pezzi in posti sperduti”.
 
AB: “Posso chiederti qual è il primo strumento che hai suonato nella tua vita?”
Alessandro: “Il flauto dolce”.
 
AB: “Avevi preso delle lezioni private?”
Alessandro: “No, credo che sia corretto definirle <lezioni ombra> ” . (Ride)
 
AB: “In che senso?”
Alessandro: “Nel senso che un mio amico prendeva lezioni a pagamento da un maestro di musica antica e io imparavo da lui, diciamo a scrocco, perché ad ogni lezione che lui faceva si esercitava con me e mi spiegava quello che aveva imparato con il maestro. Assieme si andava sulle colline dietro a Scandicci e lì si passavano delle ore a fare solfeggi. Dopo aver suonato con lui per tanti anni, specialmente duetti di flauto dolce su musica del Cinquecento, in particolare del compositore Grammazio Metallo, ho continuato da me cercando di affinare le tecniche che avevo imparato con lui …
Oh, per le lezioni di flauto io non ho mai pagato un centesimo!”  (Ridacchia)
 
AB: “Altri strumenti che hai suonato?”
Alessandro: “Sempre da ragazzino avevo preso lezioni di organo a canne. Poi al conservatorio ho studiato violino e pianoforte”. 
 
AB: “Che musica suoni adesso con il flauto?”
Alessandro: “Prevalentemente musica barocca, ma non disdegno anche quella popolare. D’altronde il flauto si presta poco alla musica rock. Alcuni amici mi hanno insegnato anche qualcosa di musica classica indiana, il raga”.
 
AB: “E con il violino che musica prediligi suonare?”
Alessandro: “Beh, prevalentemente musica popolare, però per conto mio anche robetta barocca, giusto per migliorare la tecnica …”
 
AB: “Quante ore ti alleni a settimana?”
Alessandro: “Suono tutti i giorni, in genere circa quaranta minuti. Negli ultimi tempi mi sto esercitando solo con il violino. Non pensare però che io stia trascurando l'attività fisica al parco...quello mai!"

AB: “Tornando alla tua scelta di suonare all’aperto, spesso e volentieri in mezzo al verde, tu credi che alla base di questo ci sia un tuo continuo e costante bisogno di stare in armonia con la natura?”
Alessandro: “Non lo so, se ci vuoi ragionare tu … io non saprei proprio. Posso dirti che a me piace, ma non riesco a fare troppi pensieri attorno a ‘sta cosa”.

AB: “Per chiudere, ti viene in mente una citazione famosa che rispecchia il tuo modo di vivere?"
Alessandro: “Boh, su due piedi non saprei … o forse ‘Tutto è impermanente’ come dicono gli indiani, che sembra un po’ richiamare il ‘Panta rhei’ (‘Tutto scorre’) dei presocratici.
Ecco…però forse la frase che più sento vicina al mio modo di intendere le cose è quella che avevo letto per caso in un bar di Linosa: <Vivi e futtitinni>”. 

Aris Baraviera, Milano, 16 giugno 2020.


 

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PUNTI DI VISTA. DALLA PARTE DELLA TERRA

L’intervista ad Alessandro Ricci nella Giornata mondiale dell’ambiente
 
AB: “Quest’anno la giornata del cinque giugno è dedicata alle biodiversità, cosa ci dici in proposito?”
Alessandro: “Quest’anno è un po’ sottotono a causa dell’emergenza Covid, non ci sono stati ritrovi in piazza. L’ultima uscita a cui ho partecipato è stata a settembre per il Fridays For Future. Comunque, va bene così, avremo modo di rifarci.
Purtroppo le biodiversità sono minacciate dalle deforestazioni e dalla distruzione degli ecosistemi. Per esempio, dalle mie parti c’è la Piana di Firenze, dove grazie ad aree protette e alla permanenza di piccole zone umide residuali, scampate alle bonifiche, si è creata una varietà di uccelli eccezionale. Proprio lì è prevista la realizzazione di quel mega aeroporto di cui vi parlavo nelle precedenti interviste. In generale, comunque, le biodiversità sono messe in pericolo anche dalle importazioni di specie aliene, che vanno in contrasto con quelle autoctone, come ad esempio lo scoiattolo grigio nordamericano, che nella nostra penisola sta emarginando sempre più lo scoiattolo rosso europeo…”


AB: “A quali associazioni ambientaliste sei iscritto?”
Alessandro: “Solo al WWF. Ho aderito a molte iniziative di Lega Ambiente, ma non sono tesserato.”
 
AB: “Qualche settimana fa, avevamo scritto che la tua vena ambientalista è nata sulle Alpi Apuane, è corretto?”
Alessandro: “Ho sempre avuto una spiccata sensibilità ambientalista. In realtà  non so dirti dove sia nata di preciso. E’ comunque vero che le mie prime escursioni le ho fatte lì, a Stazzema, dove avevano casa i miei nonni e dove praticamente trascorrevo tutte le mie estati, da bambino e ragazzo.”
 
AB: “Che tipo di zona è?”
Alessandro: “Parliamo di Alta Versilia, di Alpi Apuane le cui cime sfiorano i duemila metri. Sono zone molto belle e panoramiche, ma qui la natura è ferita perché si estrae il marmo e le montagne scompaiono…”
 
AB: “Ci fai il nome di un posto conosciuto? E anche di quello che tu preferisci?”
Alessandro: “Beh, le escursioni le facevo spesso verso il Rifugio Forte dei Marmi, che è molto conosciuto. Poi c’è il Monte Forato che è quella cima bucata, piuttosto suggestiva che viene fotografata spessissimo. Io preferivo il Colle Cresta, che è una cima a picco su Pontestazzemese. Per raggiungerla bisogna percorrere un sentiero ripido e stretto, pieno di rovi e ragnatele, dato che è poco battuto. E’ uno dei miei luoghi del cuore. Dalla cima scorgi il mare, le montagne e sotto, a picco, il fiume e il paese. Da lassù vedi passare le macchine sotto di te e le vedi piccine piccine. Sulla cima si sta comodi perché è piuttosto larga, se hai le vertigini però devi evitare di stare sul bordo. Quando sei in cima vedi tantissimi rapaci che ti volano sopra la testa, credo siano falchi.”
 
AB:E’ corretto sostenere che il tuo attivismo ecologista sia arrivato poi ad una vera maturazione a Linosa?”
Alessandro: “Non lo so e non credo sia importante scoprirlo. A Linosa sono stato per nove estati. Purtroppo l’associazione Hydrosphera in questo momento non esiste più e non so bene che tipo di problemi ci siano stati. Sta di fatto che non ci hanno più permesso di operare e non so se potremo mai rifarlo.”
 
AB: “Di che cosa si occupava Hydrosphera?”
Alessandro: “L’associazione composta da biologi e veterinari monitorava i nidi delle tartarughe. In ogni nido ci sono 50/70 uova e la mortalità dei piccoli è elevatissima. Ci occupavamo anche delle tartarughe adulte ferite dall’amo dei pescatori. Erano gli stessi pescatori, sensibilizzati dall’associazione, a portare le tartarughe bisognose di cure al nostro centro. Qui venivano trattate prima chirurgicamente e poi con terapia antibiotica. Nostro compito era anche recuperare le tartarughe che avevano ingoiato la plastica: queste venivano individuate in mare aperto, poi messe nelle vasche del nostro centro per farle spurgare. Le tartarughe che hanno la plastica in pancia non riescono più ad immergersi. Nelle vasche venivano nutrite con pesci e quando espellevano la plastica poi via via ricominciavano ad immergersi nell’acqua. Questo era il segnale che potevano tornare libere in mare aperto.”
 
AB: “Tu che compiti avevi a Linosa?”
Alessandro: “Dipende dalle necessità, facevo tante cose come ad esempio i turni per monitorare i nidi. Stavo lì di notte sulla spiaggia e quando vedevo che la sabbia iniziava a muoversi, avvisavo gli altri. Sono processi lentissimi. Io avevo in dotazione una pila a luce rossa a bassa intensità; la luce normale può confondere le tartarughine che devono sapersi orientare per potersi dirigere verso l’acqua, cioè verso il mare.”
 
AB: “Tornando al tema del giorno, vorremmo un tuo commento sulle dichiarazioni di Luca Mercalli: il noto divulgatore scientifico ha affermato che il problema del Covid è momentaneo, mentre i problemi ambientali stanno ormai per diventare irrisolvibili per l’umanità. Lo scorso maggio infatti si è toccato il record di concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera, e le temperature registrate sono state le più alte di sempre.”
Alessandro: “Credo che l’umanità si stia tagliando le palle da sola, scusa ma non mi viene altro da dire.”
 
AB: “Però c’è chi sostiene che il surriscaldamento del pianeta sia ciclico e che sia solo marginalmente correlabile alle emissioni di anidride carbonica per la combustione dei fossili come carbone, gas e petrolio. Come a dire che l’attività umana c’entra poco o nulla.”
Alessandro: “No, no, è oggettivo che le emissioni legate alle attività umane siano responsabili dell’innalzamento delle temperature. Anche l’acqua degli oceani sta diventando più acida per l’aumento dell’anidride carbonica ...”
 
AB: “Il famoso filosofo linguista Chomsky sostiene che il Covid non è nulla in confronto alla minaccia ambientale e nucleare che incombe sul pianeta.”
Alessandro: “Capisco bene l’incombenza della minaccia ambientale, non credo però che l’umanità possa essere così autolesionista da provocare una guerra nucleare … ma… oddio, non c’è limite alla pazzia!”
  
Aris Baraviera, Milano, 5 giugno 2020.



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IL MIO ANGOLO DI PARADISO

Alessandro Ricci ci descrive il Parco Nazionale Foreste Casentinesi situato sull’Appennino Tosco-Emiliano
 
AB: “Vai spesso alle Foreste Casentinesi?”
Alessandro: “Non spessissimo perché non è vicino a Firenze e quindi mi tocca usare la macchina, che io non amo perché inquina.”

AB: “Dove si trova precisamente il Parco?”
Alessandro: “Si trova sull’Appennino Tosco-Emiliano, tra le province di Firenze, Arezzo, Cesena e Forlì. Ci sono circa settanta km da casa mia e ci si impiega circa 1 ora e 1/2. Sono tutte curve da qua a là.”
 
AB: “Lì fai Trekking o Hiking?”
Alessandro: “Beh, dipende. L’ultima volta sono stato lì per un altro motivo, per un censimento di animali. Eravamo in un centinaio di volontari muniti di campanelli e dovevamo indirizzare i mammiferi verso un punto in cui erano situati dei rilevatori e dove c’erano persone che monitoravano il passaggio della fauna.”
 
AB: “Che tipo di parco è? Ci racconti qualcosa?”
Alessandro: “Beh dal punto di vista storico non ti so dire molto: so che qui gli Etruschi adoravano i loro Dei presso il Lago degli Idoli. Con la legna che arriva da questo parco il Brunelleschi ci ha fatto la sua Cupola, mentre il Granducato di Toscana utilizzando gli abeti presi da qui ha costruito la flotta marittima di Pisa e Livorno. In questa zona l’antropizzazione è sempre stata piuttosto modesta se si esclude l’Ottocento. Oggi, tolti quelli che lavorano nei rifugi, credo che non ci abiti stabilmente nessuno.”
 
AB: “Come si presenta il posto dal punto di vista fisico?”
Alessandro: “Allora, posso dirti che l’80% del parco è boschivo, qui c’è una biodiversità altissima specialmente all’interno della Riserva del Sasso Fratino. Io vado spesso a Poggio Scali, una bella cima dalla quale nelle giornate particolarmente limpide si può vedere l’Adriatico e il Tirreno. Le cime non sono alte come le Alpi, le maggiori credo siano arrivino a 1500 metri sul livello del mare.  Ci sono circa 1300 specie di flora, 44 tipi di orchidee. Gli alberi prevalenti sono faggi, abeti, castagni, querce e aceri. Soprattutto faggi direi.”
 
AB: “E cosa ci dici degli animali che ci vivono?”
Alessandro: “Beh, non è che si facciano vedere tantissimo gli animali. Io ho avuto l’onore di incontrare qualche daino, ma ci sono anche cervi, cinghiali, caprioli e mufloni. Poi ci sono lupi, gatti selvatici, istrici, ricci, lepri, scoiattoli rossi, puzzole, donnole e faine”.
 
AB: “E degli uccelli?”
Alessandro: “Ci sono più di cento specie di uccelli tra cui il picchio rosso, il picchio verde e il picchio nero. Poi tantissimi rapaci, tra cui l’aquila reale.”.
 
AB: “C’è altro di interessante?”
Alessandro: “Beh… 23 specie di anfibi e rettili e poi alcuni invertebrati tra cui il gambero di fiume e il granchio di fiume. In particolare posso dirti che il gambero nostrano è solo qui, perché nel resto dei corsi d’acqua italiani ormai vive solo il gambero rosso della Lousiana che negli anni ha spazzato via il gambero autoctono: lo Austropotamobius pallipes.”
 
AB: “Quali le zone più interessanti del parco?”
Alessandro: “Dipende molto da quello che uno cerca. Dal punto di vista biologico è interessantissima la Riserva del Sasso Fratino. Io ci sono entrato con una guardia forestale perché il perimetro non è liberamente accessibile. Dal punto di vista storico c’è il sito del Lago degli Idoli. Per la gita delle famiglie consiglio la Cascata dell’Acquacheta, vicino a san Benedetto in Alpe, o i vari monasteri situati dentro il parco.”  
 
AB: “La visita alla Riserva del Sasso Fratino è una bella esperienza?”
Alessandro: “Sì certamente, un’esperienza da ricordare, non solo per le cose belle che ho visto … ma anche perché mi sono ritrovato una zecca sulla pancia.” (Ride)
 
AB: “Fai anche delle escursioni di Hiking in solitaria alle Foreste Casentinesi?”
Alessandro: “No, quasi mai. Vado con amici, soprattutto con amiche… ma ci andavo anche con i miei genitori fino a qualche anno fa … Il posto è talmente bello che mi viene spontaneo portarci le persone più care che ho.”
 
AB: “Di solito ci vai ben equipaggiato?”
Alessandro: “Vado con scarpe comode, sportive. Quando è umido ci vogliono per forza quelle da trekking. In genere porto lo zaino in spalla e il cibo al sacco. C’è qualche rifugio; volendo si può anche decidere di mangiare in vetta.”
 
AB: “Come sono i sentieri? E’ agevole camminare nella boscaglia?”
Alessandro: “C’è anche qualche strada asfaltata che porta ai monasteri. Il più importante è l’eremo della Verna, dove è stato anche San Francesco. Poi sentieri di tutti i tipi: sterrati, sassosi e in erba. Puoi camminare bene anche nel bosco perché le piante di faggio non hanno molto sottobosco, per cui  si marcia bene anche sotto gli alberi.”
 
AB: “Perché San Francesco si è fermato alla Verna?”
Alessandro: “Nonostante il Parco delle Foreste Casentinesi sia il mio angolo di paradiso, a questa domanda non so rispondere. Io all’epoca non ero ancora nato …” (Sorride e mi saluta)
  
Aris Baraviera, Milano, 31 maggio 2020.


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PRENDIMI L’ANIMA

Alessandro Ricci ci parla di uno storico polmone verde dell’area urbana di Firenze: il Parco delle Cascine
 
AB: “Come ci arrivi alle Cascine da casa tua?”
Alessandro: “Sono circa quaranta minuti a piedi, penso siano 3 o 4 chilometri. Di solito vado in bici, poi a volte il mezzo lo uso anche dentro al parco, altre volte no.  Anche quando devo andare in centro a Firenze passo comunque sempre dalle Cascine, sia che io vada con la tranvia che con la bici, perché non faccio mai le strade normali. Percorro due o tre stradette dell’isolotto e poi mi infilo nel Parco ... mi garba così!”
 
AB: “Che tipo di parco è?”
Alessandro: “Beh, è un parco a misura di tutti: ci sono i pigri che fanno due passi e poi si siedono a leggere o ad ascoltare musica; quelli che si allenano per le gare, quelli che vanno con i pattini, quelli che fanno jogging, quelli che vanno in bici e naturalmente anche quelli che fanno solo delle passeggiate contemplative”.
 
AB: “Sapresti dirci che piante ci sono al suo interno?”
Alessandro: “Mah, sai, il parco è quasi interamente all’ombra se escludi la parte in riva all’Arno.
Ci sono altissimi pini e platani, poi molti lecci e parecchie Ginkgo biloba, pianta di origine cinese, ma evidentemente già qui da centinaia di anni, poi tante altre ancora…”
 
AB: “Che differenza c’è tra le Cascine e gli altri parchi?”
Alessandro: “Beh, la caratteristica che lo rende particolare è che si estende lungo le rive dell’Arno. Misura credo 3,5 Km in lunghezza ed è largo 650 metri circa. Ha una sua storia e non è un parco nato recentemente, quindi c’è un po’ di tutto dentro”.
 
AB: “Che cosa sai tu della storia di questo parco?”
Alessandro: “Beh, più che averlo studiato … io lo frequento. (Sorride)
Nasce come tenuta di caccia dei Medici nel Cinquecento, poi a fine del Settecento cambia forma e diventa un parco. Nel 1791 qui viene organizzata la cerimonia di insediamento di Ferdinando III D’Asburgo, Granduca di Toscana. Poco prima venne fatta costruire, da Pietro Leopoldo di Lorena, la bellissima Palazzina Reale, ora sede della facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Il parco venne poi rilevato dal Comune di Firenze nella seconda metà dell’Ottocento. Dentro al parco c’è anche il monumento a Vittorio Emanuele II, la Piramide delle Cascine e altre cose ancora, come una fontana con tanto di paperelle e cigni. Verso la fine del parco, in direzione Pisa, c’è poi un ponte d’acciaio di colore rosso, si chiama Ponte all’Indiano, che è un mostro degli anni Settanta.
In epoca recente, credo dal 2010, dentro al parco ci passa la tranvia che collega Scandicci a Firenze. Prima che ci facessero la tranvia, che in pratica ha chiuso il vialone principale, di notte il parco era praticamente un postribolo. Dal 2010 questa fama è andata via via spegnendosi proprio perché i binari hanno chiuso l’accesso a quel vialone …” (Ride)
 
AB: “Il parco è accessibile completamente anche in bici? O ci sono zone dove puoi andare solo a piedi?”
Alessandro: “Guarda, in bici giri bene: il perimetro, le viette interne, le strade attorno all’anfiteatro, le strade asfaltate, quelle sterrate o in erba, insomma ce n’è per tutti i gusti!”
 
AB: “Quanto spesso frequenti il parco? E quando vai quanto ci rimani?”
Alessandro: “Vado quando ne ho voglia, in genere nel tardo pomeriggio, ma non ti so dire giorni precisi, medie o altro. Ci sto almeno due ore, altrimenti che ci vò a fare?”.
 
AB: “Quando sei al parco sei sempre in movimento o fai anche delle pause?”
Alessandro: “Qualche volta mi fermo alla pescaia dell’Arno a vedere scorrere l’acqua, oppure a guardare qualche bella ragazza che passa di lì.  Anzi, direi più le ragazze che l’Arno.
Mi fermo anche all’Indianino, dove c’è una fontana da cui si può bere. Si chiama Indianino perché lì, dove confluiscono il Mugnone e l’Arno, gettarono le ceneri di un nobile indiano che morì a Firenze, da qui anche il nome del ponte (Ponte all’Indiano) che c’è subito dopo.”
 
AB: “Ti capita di allenarti per qualche competizione agonistica?”
Alessandro: “No, mi sta troppa fatica … della competizione non me ne frega nulla. Se uno arriva prima di me …a me va benissimo!”.
 
AB: “Quali altri parchi frequenti oltre alle Cascine?”
Alessandro: “Capita di frequentare anche altri parchi, ma in genere l’alternativa è la collina, anzi tutte le colline della zona.”  
 
AB: “Posso chiederti che battaglie state facendo voi ecologisti fiorentini?”
Alessandro: “Guarda io la politica non la seguo, non sono sintonizzato sulle ragioni dell’uno o dell’altro schieramento, a me interessa l’ambiente e la nostra salute. Posso dirti comunque che da diversi anni a Firenze stanno tentando di realizzare un nuovo mega aeroporto: c’era stato un primo via libera, poi è intervenuto il Tar che ha bloccato tutto, in seguito ci sono stati i ricorsi contro la decisione del Tar e ultimamente si è pronunciato anche il Consiglio di Stato che ha respinto i ricorsi. Boh, io dico solo che l’inquinamento provocato dagli aerei è davvero micidiale. Non ci si rende nemmeno conto di quello che scaricano nell’aria questi giganti!”.
AB: “A quando risalgono le tue prime battaglie ecologiste?”
Alessandro:” Beh, sicuramente le prime battaglie che ricordo sono quelle degli anni Ottanta, contro la caccia.  Poi ricordo di essere stato molto coinvolto emotivamente dal tema dello sterminio degli animali da pelliccia. E mi sembra ieri che giravo con la foto di quella donna nuda nel portafoglio, su cui c’era scritto ‘L’unica pelliccia che non mi vergogno di indossare’. Nel 1995 invece scesi in piazza con un grosso mestolo e una padella da frittura per manifestare contro gli esperimenti nucleari che i francesi stavano praticando a Mururoa.”  (Con l’indice si punta la tempia come a sottolineare certa follia)
 
AB: “Ultima domanda: si dice che i parchi abbiano un notevole valore terapeutico e che dovremmo frequentarli più spesso per non dover ricorrere poi alle cure dello psicologo. Tu che ne pensi? Che influsso benefico ha su di te il parco delle Cascine?”
Alessandro: “Suvvia, meglio donare l’anima ai parchi che perdere la testa dallo psicologo. Via, dai, la prossima volta che torni a Firenze ti ci porto io a giro per le Cascine.”
  
Aris Baraviera, Milano, 23 maggio 2020.

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IL COLORE NELL’ARIA

Alessandro Ricci ci racconta come è nata l'idea dello smog su tela e le sue evoluzioni

AB: “Come e quando ti è venuto in mente di disegnare utilizzando lo smog come colore?”
Alessandro: “Più o meno vent’anni fa, credo fosse il duemila. Ero dalle parti di Ponte alla Vittoria, appena fuori dal centro storico di Firenze, in prossimità dell’ingresso al Parco delle Cascine.  Lì, in una via dove c’è sempre il caos, notai delle persiane verdi completamente ricoperte di nero. Ci passai il dito, ricordo, per curiosità, ed esclamai spontaneamente <Porca miseria, ci si potrebbe fare un quadro dallo schifo che c’è!>.”
 
AB: “Quando l’hai fatto l’ultimo quadro?”
Alessandro: “L’estate scorsa ne ho fatto qualcuno. L’ultimo è quello che ho disegnato per una mia amica, che mi aveva espressamente chiesto un Ponte Vecchio. Gliene ho fatto uno piccolo e scuro, con lo smog raccolto da via della Scala, che dal punto di vista dell’intensità del colore è sempre una garanzia.” (Sorride)
 
AB: “Quindi lo smog non lo raccogli sempre vicino al Ponte della Vittoria?”
Alessandro: “No, nel 2007, credo, iniziai a raccoglierlo anche dai monumenti del centro di Firenze. Gli ‘Amici delle Mostre’ alle quali ho esposto i miei quadri, mi chiesero espressamente di raccoglierlo dal Duomo per far vedere il degrado della città e dei suoi monumenti. Tieni presente che lo smog annerisce tantissimo e toglie la bellezza alle opere, le corrode. Ora c’è la statua del Biancone in piazza della Signoria che è perfetta; il Battistero se lo vedi è stupendo e luccicante, ma solo perché hanno finito il restauro … non so come saranno tra dieci anni. Per fortuna, seppur tardivamente, la piazza del Duomo è stata chiusa al traffico nel 2009. Per l’occasione feci un quadretto che intitolai ‘Finalmente pedonale’ per festeggiare l’evento.”
 
AB: “Che tipo di pittore sei?”
Alessandro: “No, ma io non mi considero un pittore: faccio schizzi e mi arrangio come posso, alla buona. Disegno solo per mostrare che c’è talmente tanto smog che ci si possono fare anche quadri. La mia pittura dimostra solo la densità dell’inquinamento in cui viviamo, senza quasi rendercene conto!”  (Scuote la testa in segno di disappunto)
 
AB: “Ci spieghi come realizzi i quadri con lo smog?”
Alessandro: “Raccolgo lo smog, ad esempio dalle persiane o da un monumento, con un batuffolo di cotone che bagno prima nell’acqua e poi strizzo bene, in modo tale che rimanga solo umido. Una volta ottenuto l’annerimento del cotone con le polveri di smog, prendo degli stuzzicadenti su cui lo arrotolo e quindi inizio a fare il disegnino su tela bianca. Poi, con dei pezzi di cotone più grosso, che tengo fra le dita, faccio le sfumature o quello che rimane da fare. La mia tecnica non prevede l’uso del pennello.”
 
AB: “E per il fissaggio che tecnica usi?”
Alessandro: “In passato, per fissarlo ho usato un po’ il Damar con il pennello, poi però ho voluto cercare delle resine naturali e alla fine ho sperimentato anche il ferro da stiro bollente.”
 
AB: “Posso chiederti in che modo usi il ferro da stiro e perché non usi lo spray?”
Alessandro: “Finito il disegno, metto un foglio di carta sopra il quadro, poi lo giro e passo il ferro da stiro bollente sul retro del dipinto; questo favorisce la penetrazione degli idrocarburi tra le maglie della tela.  Non uso il Damar spray perché fa male alla salute, è chimico, non è un prodotto naturale”.
 
AB: “C’è un sito che possiamo consultare per vedere i tuoi quadri?”
Alessandro: “Io non ho un sito. Trovate qualcosa in internet digitando ‘Smog su tela, Ricci’. Oppure se andate su FLICKR e cercate ‘Smog su tela’, vedete quelli che hanno caricato lì per le mostre.”
 
AB: “Mi sembra di aver capito che disegni scorci e panorami di Firenze, è davvero così?”
Alessandro: “Sì più o meno è così, ci sono parecchi vicoli di Firenze, ma ho fatto anche qualcosa su Pisa. Questo perché diversi anni fa il direttore dell’associazione 'Amici dei Musei', Mauro Del Corso, mi fece fare una mostra a Pisa per denunciare il passaggio delle tantissime macchine sotto Santa Maria della Spina, che è un piccolo gioiello del gotico che si trova sul lungarno pisano. Anche quel colore era smog, per l’occasione raccolto a Pisa e la sfumatura era un po’ più chiara. Quindi per essere preciso parlerei di nero di Firenze e di grigio di Pisa. Il nero più intenso di tutti lo raccolsi nel 2008 a Bologna, in via Amendola. Fantastico, si fa per dire.”  (Sorride)
 
AB: “Tutti i tuoi quadri hanno un nome, cioè un titolo?”
Alessandro: “Beh, più o meno, ma la cosa più importante è che si sappia che sono fatti con lo smog. A me interessa far vedere lo schifo che si respira, il nero che si deposita sulle persiane o sui monumenti, così come nei nostri polmoni.”
 
AB: “Nel 2017 sei stato invitato in un rinomato programma TV per parlare dei tuo quadri, è cambiato qualcosa per te da allora?”
Alessandro: “No, non è cambiato nulla. Ricordo che ci andai per fare un bel giretto a Roma. Faccio notare che ci andai in treno e che non volli prendere il taxi che mi avevano prenotato.  Scelsi di fare la strada a piedi dalla stazione fino agli studi televisivi per non inquinare. E alla fine mi feci davvero un bellissimo giro per la città!”
 
AB: “Posso chiederti se c’è un pittore famoso nella storia dell’arte che ti ha particolarmente affascinato?”
Alessandro: “Difficile darti un nome, la storia della pittura è tutta bella! E anche quella dell’arte contemporanea è sicuramente molto interessante. Così su due piedi mi viene in mente Jean Dubuffet e la sua ‘Art Brut’. Dubuffet era quel tizio che, nel secondo dopoguerra, andava a giro per i manicomi a guardare i disegni dei malati di mente. Lui intendeva definire un’arte spontanea senza pretese culturali, al di fuori dalle norme estetiche e convenzionali.”
 
AB: “Nei dipinti quali soggetti preferisci?”
Alessandro: “Mi piace tantissimo guardare gli strumenti musicali nei quadri del Quattrocento e del Cinquecento.”
 
AB: “Qual è invece il tuo quadro preferito in assoluto?”
Alessandro: Boh, mi viene in mente ‘Impressione, levar del sole’, di Monet. Quello è un quadro bello davvero!”
 
AB: “Cosa ne dici, per la prossima volta, di disegnare Santa Maria Novella piena di persone con le mascherine?”
Alessandro: “No dai, è già triste farla con lo smog, se poi ci mettiamo le mascherine è ancor più triste! “
 
 Aris Baraviera, Milano, 17 maggio 2020.

 

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LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO

Alessandro Ricci, ecologista, artista e sportivo, ci racconta come ha trascorso il suo lockdown in quel di Firenze e del suo immediato periodo post (dal 4 maggio in poi) con i suoi itinerari in bici....

AB: “Come hai trascorso il lockdown?”
Alessandro: “Di questo lockdown io ho apprezzato l’aria buona, l’assenza di inquinamento. Ti posso dire che andare a giro adesso in bici è fantastico. Credevo di essere allergico ai pollini, ma non lo sono: è evidente e chiaro che sono invece allergico al mix smog-pollini, e ne ho avuto la dimostrazione, direi scientifica, perché sono stato benissimo quest’anno che l’aria è pura e priva di inquinamento.”
 
AB: “Quindi dal 4 maggio hai ripreso ad andare in bici?”
Alessandro: “Sì, tutti i giorni mi arrampico su per la ripida collina di Marignolle con la bici, poi scendo e vado dove voglio, anche verso la città, apprezzando quest’aria che fino ad oggi è stata davvero ottima.”
 
AB: “Durante la fase 1 hai fatto esercizio fisico a casa?”
Alessandro: “No, nulla. Adesso che posso uscire ho ripreso a fare un po’ di stretching.”
 
AB: “Stai lavorando da casa?”
Alessandro: “No, perché l’ultima supplenza l’ho avuta nei mesi finali del 2019, per cui il lavoro l’avevo terminato con l’arrivo delle vacanze di Natale, quindi ero in attesa di un nuovo incarico.”
 
AB: “Quindi come trascorrevi le giornate?”
Alessandro: “Ho studiato per il concorso all’abilitazione dell’insegnamento delle Scienze, senza affanni e senza stress, e ho studiato abbastanza bene. Visto il periodo, ho approfondito l’argomento virus perché mi aspetto qualche domanda sul tema.  L’iscrizione al concorso andrà perfezionata tra giugno e luglio, il concorso vero e proprio credo ci sarà a ottobre. Se poi è vero quello che ho sentito in TV, cioè che dimezzeranno il numero di studenti per classe, allora credo che dovranno assumere tanti docenti e ci saranno buone possibilità … o almeno spero.”
 
AB: “Hai avuto ansia, depressione o insonnia?”
Alessandro: “Per fortuna non ho avuto particolari problemi durante il lockdown. Mi è spiaciuto molto per le persone che hanno contratto il virus e che sono state male o che non ce l’hanno fatta.”
 
AB: “Cosa ti è mancato di più?”
Alessandro: “Ho sofferto tantissimo il divieto di accesso ai parchi. Per un ecologista come me, con l’aria pura che abbiamo avuto, lo stare in casa forzatamente mi è sembrato una pena del contrappasso …”
 
AB: “Sappiamo che sei uno spirito anarchico e proprio per questo vogliamo sapere se hai rispettato i divieti che la situazione imponeva.”
Alessandro: Certo, avere uno spirito anarchico non significa essere irresponsabili. Ho evitato gli assembramenti e mi sono limitato a spostamenti di necessità. Forse ho sconfinato di qualche metro il limite prefissato dei 250 durante le passeggiate intorno a casa, ma non ho visto nessuno che girava con il metro …”  (Sorride)
 
AB: “Cosa è cambiato per te con la fase 2?”
Alessandro: E’ cambiato poco, anche se ho potuto incontrare una cara amica. Ora però non chiedetemi se ci sono gli estremi per poterla considerare a tutti gli effetti un congiunto.” (Ride)
 
AB: “Hai potuto dedicare tempo ai tuoi strumenti musicali?”
Alessandro: Sì almeno un’ora e mezza al giorno l’ho dedicata alla musica. Ultimamente suono più il violino che il flauto.”
 
AB: “Come professore di Scienze Naturali, hai la sensazione che si sia incrinato l’ecosistema e che ciò possa favorire il diffondersi in futuro di nuovi virus?” 
Alessandro: “Certo, lo spillover, il salto di specie avviene proprio con la violazione di alcuni ecosistemi. Pensa che la rivista ‘Le Scienze’ dice che ci sono circa 1, 6 milioni di virus sconosciuti in mammiferi e uccelli, e stima che 700.000 hanno il potenziale di innescare una zoonosi, cioè una pandemia.”
 
AB: “Ma che cosa c’entra l’uomo nella violazione degli ecosistemi?” 
Alessandro: “Beh, l’uomo per definizione è la devastazione degli ecosistemi. L’origine del virus non è chiara, ma la maggior parte degli studiosi ritiene che sia naturale, zoonotica, ovvero dovuta a una trasmissione dagli animali all’uomo, così come è accaduto anche per la Sars e per la Mers. A oggi non è ancora stato possibile identificare con certezza il serbatoio animale del virus, né l’ospite intermedio che ha permesso all’agente infettivo di passare dal suo ospite naturale all’uomo. Finora sono stati ipotizzati, tra i diversi animali, il pipistrello come serbatoio naturale e un particolare tipo di serpente, venduto nei mercati alimentari cinesi, come vettore. Le ipotesi più accreditate partono proprio dalle similitudini tra le sequenze delle basi dell’RNA, cioè del codice genetico del Covid 19, con quella dei coronavirus animali, in particolare, appunto, quello dei pipistrelli.”
 
AB: “Pensi che usciremo presto dalla situazione in cui ci troviamo?”
Alessandro: “Boh, come si fa a fare delle previsioni sulle tempistiche? Io ho la sensazione che ne avremo per un po’e non mi stupirei se tra un anno saremo ancora qui con le mascherine …Spero che presto possa esserci un vaccino e che questo possa garantire l’immunità di lungo periodo. La situazione attuale è tutt’altro che chiara.
 
AB: “Ultima domanda: ti stai ritagliato un po’ di tempo per i tuoi disegni con lo smog?” 
Alessandro: Come dicevo prima, non essendoci inquinamento che si deposita sui monumenti di Firenze, manca la materia prima, manca il colore.”  (Sorride)
  
Aris Baraviera, Milano, 9 maggio 2020.


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L’ARTE SUBLIME DELLA SEMPLICITA’

“L’arte in fondo, come tante fra le cose più belle, vien meglio un po’ di nascosto.” (Emilio Cecchi).
 
Quando corricchia nel Parco delle Cascine di Firenze, Alessandro ama quasi volteggiare come una piuma sospinta dal vento.  Con quel fisico longilineo e quelle gambe così lunghe, si muove agilmente come un atleta keniota, perdendosi completamente nella natura e quasi fondendosi in essa. A volte decide di spingersi fino alle Foreste Cosentinesi, dove cammina instancabilmente, per ore, con lo zainetto sulle spalle, vestito comodamente ma in modo semplice, ben lontano da quello che dovrebbe essere il look e l’equipaggiamento dei moderni runner ed escursionisti dell’Hiking e del Trekking. 
 
Alessandro non sembra curarsi troppo della sua immagine “social”, forse perché non gliene importa nulla di piacere alla gente, o forse per via di quella leggera timidezza che si trascina dietro da quando era ragazzo. Una timidezza che non gli ha impedito di condurre uno stile di vita decisamente anticonformista e un po’ anarchico, caratterizzato da uno spiccato senso critico e da una grande passione per la natura, per l’ecologia e per l’arte declinata nelle più svariate espressioni, come ad esempio la musica e la pittura.
 
Alessandro Ricci, classe 1968, celibe, laureato in biologia, vegetariano, nato e cresciuto a Firenze, ha vissuto anche due anni a Perugia e uno a Parma. Vive appena fuori dalla città, a Scandicci, e fa l’insegnante precario di scienze naturali nelle scuole superiori.  Appassionato di musica, suona in due differenti band: melodia popolare con il violino e barocca con il flauto dolce. Di tanto in tanto dipinge quadri utilizzando lo smog come unico colore, al posto delle varietà cromatiche disponibili in commercio. Questa indubbia originalità e creatività pittorica gli ha dato una certa notorietà, che però lui ha cercato in tutti i modi di rifuggire.  
Ogni estate trascorre le vacanze sull’isola di Linosa, in Sicilia, con l’associazione Hydrosphera, dove si occupa della conservazione dell’ambiente marino e in particolare delle tartarughe. Quando è a Firenze, appena può si rifugia nei parchi per camminare, correre, andare in bici o semplicemente per avere un contatto con la natura.
 
Alessandro soffre più di altri sportivi l’attuale lockdown, non solo per il fatto di non potersi muovere, ma anche per la mancanza di contatto con la natura di cui avverte un bisogno quotidiano. Fin da quando era piccino, aveva imparato ad apprezzarla e ad amarla a Stazzema, nell’Alta Versilia, dove avevano casa i nonni. Lì era solito fare delle lunghissime camminate nel Parco delle Alpi Apuane, e proprio lì aveva capito che il suo amore per la natura sarebbe stato indissolubile.
Con il passare degli anni era cresciuta in lui una vera e propria anima prettamente ecologista. 

Avremo comunque modo di conoscere meglio Alessandro Ricci nei prossimi articoli, dove proveremo a tracciare un profilo dell’uomo, dell’ecologista e dell’artista. Ci faremo raccontare lo stato dei parchi cittadini di Firenze e spiegare bene come si articolano le sue uscite sportive. Vi daremo conto dei suoi segreti, vizi e virtù e cercheremo di capire come sta trascorrendo questo periodo di forzata clausura, investigando se possibile sulla sua produzione artistica, a dispetto della sua proverbiale riservatezza. Cercheremo di capire anche se la forzata immobilità l’abbia fatto soccombere e sprofondare nella pigrizia, che forse, per certi versi, è il suo tallone di Achille.
Discuteremo con lui delle minacce globali che incombono sul pianeta post Corona Virus, dal riscaldamento globale al crescente pericolo di una guerra nucleare. Cercheremo di capire se, dal suo punto di vista, la crisi in corso rappresenta anche un’occasione per renderci conto dei profondi difetti del mondo, delle profonde e disfunzionali caratteristiche dell’intero sistema socioeconomico, che probabilmente dovrà cambiare se vogliamo sopravvivere nel futuro.
Discuteremo con lui di tutto questo, sapendo che, a causa della sua proverbiale modestia, rimarrà un po’ sorpreso, chiedendosi perché poniamo proprio a lui tali quesiti, ma siamo certi che ci risponderà con la solita naturalezza e semplicità che ben gli si addice e che tanto ama.
 
“L’artista è l’ultimo a farsi illusioni a proposito della sua influenza sul destino degli uomini. L’arte non è una forza, è soltanto una consolazione”.
(Thomas Mann)
  
Aris Baraviera, Milano, 4 maggio 2020.

 

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OLTRE OGNI OSTACOLO

Marta Carradore, di Arzignano (VI), classe 1989, ex campionessa di Sci, laureata a Verona in Scienze Motorie e triatleta dal 2016. E’ istruttrice di Mountain Bike, Atletica leggera, Triathlon, Nuoto e stagionalmente di Sci Alpino. Insegna anche Pesistica e Body Building, Educazione posturale e Nordic Walking. Noi l’abbiamo conosciuta e intervistata lo scorso anno, a maggio e dicembre, nei panni della personal trainer di Carlo di cui abbiamo parlato  nella rubrica a lui dedicata(“il mondo di Carlo”). Marta collabora anche con la campionessa Martina Dogana ed è particolarmente preparata sulla tecnica della corsa, con analisi di tipo funzionale sui singoli segmenti corporei e sulla percezione del proprio corpo. E’ Appassionata di Mental Training sportivo e tra i sogni nel cassetto c’è quello di diventare un giorno mental coach.
 
AB: “Ben ritrovata Marta, della situazione incredibile che stiamo attraversando cosa mi dici in merito alla chiusura delle attività sportive?”
Marta: (Riflette un attimo prima di rispondere) “In accordo con il fisioterapista con cui collaboro, avevamo deciso di fermare tutte le attività prima ancora che arrivasse lo stop ufficiale domenica scorsa dalle istituzioni. La situazione è delicata, e non sappiamo fino a quando si protrarrà. Crediamo sia giusto fermarsi nel rispetto degli atleti in primis e poi anche per noi tecnici. Avremo un mese nero dal punto di vista degli incassi, visto che non lavorando non percepiamo nulla, ma ci daremo da fare comunque e ci riprenderemo appena sarà possibile farlo.”
 
AB: “Hai preparato dei compiti da fare a casa per i tuoi atleti?”
Marta: “Io ho pensato di creare dei semplici video da pubblicare sui canali social, in modo che tutti possano vederli e di conseguenza praticarli indoor, ciascuno nelle proprie case o se possibile in spazi privati, senza dover utilizzare alcun attrezzo specifico. Sono video amatoriali che spero possano servire da stimolo alla voglia di tenersi in forma e in allenamento. Sto iniziando a metterli anche su Youtube e sarà per me una sfida dal punto di vista tecnologico, perché dovrò acquisire quella necessaria dimestichezza che queste cose richiedono. Inoltre sto cercando di mandare dei video personalizzati a ciascun atleta -- simil tutorial – in modo tale che possano continuare a seguire in qualche modo quello che già stavamo facendo prima, anche se ovviamente non potranno fare le attività che facevano in vasca, in piscina.”
 
AB: “Come hai vissuto la prima fase dell’emergenza, eri tra gli allarmati della prima ora o trai i negazionisti?”
Marta: “Mah, mi disturbavano molto le notizie contrastanti, l’angoscia dell’incertezza, gli alti e bassi degli opinionisti e più in generale il precario equilibrio nei giudizi.”
 
AB: “Parliamo adesso della tua salute: ho letto dai social che hai rotto il menisco!?”
Marta: “Sì, no, nì. Ecco diciamo che non si capisce … il quadro non è molto chiaro. Poco più di un mese fa, alzandomi dall’auto, mi è ceduto il ginocchio…Premetto che questa è la solita gamba che risente dei problemi che ho avuto alla schiena. Mi ricordo bene che è successo di martedì, il giorno dopo che avevo realizzato il personale nei 10 mila metri: In un attimo sono passata dalle stelle alle stalle … dallo stare benissimo al bloccarmi completamente!”  
 
AB: “Come stai reagendo all’infortunio?”
Marta: Ho fatto fisioterapia, in particolare la Tecar che è un trattamento elettromedicale. Il problema principale è che il dolore non è localizzato al ginocchio, mi prende tutta la gamba.
Un paio di settimane fa ho provato a correre per testare il punto preciso che mi duole. Così facendo ho appurato che non ho un punto fisso e preciso. Il dolore varia e sembra quasi spostarsi da una zona all’altra della gamba: a volte il tibiale, a volte il gluteo, altre volte il ginocchio. Dalla risonanza magnetica risulta che ho un problema al menisco e alla cartilagine. Inizialmente ho pensato di poterlo risolvere in fretta, perché l’operazione al menisco in sé comporta tempi di recupero piuttosto brevi. Poi però la doccia fredda è arrivata dall’ortopedico, che mi ha spiegato che la lesione al menisco è vecchia e non c’entra con i problemi che ho adesso. Nemmeno i problemi alla cartilagine giustificano il dolore che sento quando mi muovo. Dolore che non mi impedisce comunque di fare le scale di corsa, di pedalare per due ore,  di fare i balzi e di nuotare con il pull buoy. Ora sto facendo un lavoro con il fisioterapista, che è anche osteopata, di cui mi fido al 1000 per mille. E’lo stesso che mi ha risolto il problema alla schiena. Devo far riassorbire l’ematoma vicino alla cartilagine. Nello stesso tempo ho già iniziato a lavorare sulla schiena e sull’appoggio del piede. L’idea è che ci possa essere un “disassesto”, cioè uno scompenso dovuto più che altro dalla schiena. Ci sono dei momenti che non riesco nemmeno a fare un passo, altri in cui penso che potrei correre. E’un dolore che definirei a intensità variabile.”  (Sorride a denti stretti)
 
AB: “Quindi avresti preferito che ci fosse stata la classica lesione al menisco?”
Marta: Sì, speravo fosse quella, in quindici giorni sarei tornata come prima. Invece i tempi si allungano e non so ancora quando riuscirò ad essere a pieno regime.”
 
AB: “Pensi che dovrai rinunciare a gare che avevi già programmato?”
Marta: Credo di no, spero che mi sarò rimessa in sesto in tempo, per il primo appuntamento importante che è il 7 giugno (virus permettendo). Poi ne ho uno il 7 settembre e una maratona ad ottobre. Il primo appuntamento è un Triathlon Olimpico, per cui punto ad allenarmi bene perlomeno con la bici.”
 
AB: “Sappiamo che prima di questo infortunio ti eri rotta sei volte il ginocchio, fatta male ad un piede, fratturata una caviglia e avevi avuto anche problemi alla schiena. Premesso questo, ti chiedo se ti succede mai di avere dei momenti di assoluto sconforto, o rabbia?
Marta: Se sapessi che servisse a qualcosa, allora mi arrabbierei, (Ride) ma so che è meglio reagire positivamente e quindi cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno: 1) non sono completamente ferma; 2) appena riaprono le piscine potrò nuotare con il pull buoy; 3) riesco a pedalare senza particolari problemi; 4) ho la palestra a casa a mia, a mia completa disposizione e la sto usando.
 Ecco, in un certo senso anche nella sfortuna mi sento privilegiata. Quindi mi consolo così e so che lavorando bene riuscirò a velocizzare il mio recupero. Proprio ieri ho ripreso a correre …. e spero di continuare a farlo intensificando giorno dopo giorno il carico di lavoro durante questo mese di clausura”.

 
AB: “Come hanno reagito le persone che ti stanno vicino alla notizia del tuo infortunio? Ti hanno consolata e coccolata?” 
Marta: Mi prendono in giro, altro che coccole! Un infortunio non è la fine del mondo, e se perdi qualche gara ti puoi rifare più avanti. Bisogna reagire … e l’entusiasmo non deve mai mancare!”
  
AB: “Sei scaramantica?” 
Marta: “Beh, io credo che ogni atleta abbia i suoi riti e le sue personali scaramanzie.”
 
AB: “Qual è la tua scaramanzia pre-gara? Hai una liturgia tutta tua?” E inizia molto prima della gara?”
Marta: No no, inizia circa cinque minuti prima …Però sono molto concentrata e metodica, guai a chi mi parla il giorno della gara!”
 
AB: “C’ entra la religione nei tuoi rituali scaramantici? Sei credente e praticante?” 
Marta: “Poco, poco. Direi che la mia è una spiritualità molto laica, una semplice ricerca del contatto con me stessa per trovare concentrazione e sconfiggere le paure.”
 
AB: “Quando arriva la tensione prima della gara?” 
Marta: “Mah, il giorno che precede la gara lo passo a “smontarmi”, nel senso che emerge in me un’insicurezza che tende a minare tutte le certezze. Poi, per fortuna, supero tutto 5 minuti prima della gara, quando riesco a trasformare l’insicurezza in forza ed energia positiva.”
 
AB: “Allora raccontaci qualcosa di più su quei cinque minuti che precedono la gara!” 
Marta: “Beh qualche cosa vorrei tenerla per me, non posso raccontare tutto!” (Sorride e saluta)
 
Aris Baraviera, Milano, 13 marzo 2020.


“MAX” ROVELLI: ELEGANZA, FRAGILITA’ E FORZA

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Massimiliano Rovelli (Max) che abbiamo conosciuto nei precedenti articoli, è di aspetto assai giovanile e dal portamento elegante. Milanese di nascita ma residente a Vigevano, si è inserito perfettamente nell’ambiente in cui vive, nonostante sia uno dei pendolari che quotidianamente fanno avanti indietro dal centro di Milano. Alcune volte in treno, altre volte in macchina o in scooter.
Quando lo incontro, in centro a Milano, veste in modo informale, ma con capi che rivelano grande eleganza e ottimo gusto: pantaloni di velluto grigio fumo a righe, e una giacca piuttosto aderente che gli mette in risalto le spalle ampie e squadrate. Sulla camicia chiara spicca una cravatta color lilla. Ci sediamo ai tavolini deserti di un bar, ordiniamo del prosecco e chiacchieriamo, scacciando i pensieri del Coronavirus per almeno mezz’ora.
 
AB: “Qual è il tuo idolo in ambito sportivo?”
Max: “Mi ispiro a Baldini, maratoneta, mezzofondista e campione olimpico ad Atene nel 2004.  E’ biondo con gli occhi azzurri, mi assomiglia. (Ride) Mi piace molto di testa …è un grande! Nel calcio invece ho amato Roberto Baggio, Platini e Del Piero: ho sempre apprezzato la fantasia… l’estro.”  
 
AB: “A parte Baldini, a chi ti senti di somigliare?”
Max: (Ride) “I miei amici mi chiamano il Kevin Costner dei poveri …”
 
AB: “Anche i tuoi sono nati a Milano?”
Max: “Sì, Milano. Mio padre era un giocatore dell’Inter degli anni Cinquanta. Ha giocato anche al Vigevano, al Soresina e in Calabria. Era una mezzala sinistra forte. Ha giocato anche con Bearzot!” (L’espressione del viso diventa molto fiera)
 
AB: “Hai iniziato a lavorare presto?”
Max: “Sì, anche se non ricordo precisamente la data. Quando studiavo ed ero poco più che un bambino aiutavo già il fruttivendolo sotto casa mia. Lo facevo perché mi piaceva, non per soldi. Mio padre allora mi dava ben 50.000 lire alla settimana per le mie spesette, ed era una bella cifra! Cmq il lavoro vero è iniziato in un’azienda di galvanica, facevamo lavorazioni sull’alluminio. Io sono perito meccanico. Sognavo di diventare collaudatore, perché la mia passione erano le macchine e i motori. Dopo il militare però sono andato in Rinascente, dove mio padre ricopriva il ruolo di dirigente. Poi, un po’ per caso, sono arrivato dove sono ora, cioè negli uffici di un teatro…”
 
AB: “Perché non sei riuscito ad intraprendere la strada da collaudatore?”
Max: (Riflette un attimo prima di rispondere)Mah, sai… i miei genitori mi seguivano abbastanza, per quello che potevano… (adesso sembra perplesso) perché erano già separati. Si sono lasciati nel 1978, quando io avevo solo dieci anni. Ecco, non dico che siano stati i primi a beneficiare del divorzio in Italia …ma nella mia scuola ce n’erano pochissimi che avevano i genitori separati, forse due! Per alcuni anni ho sofferto un po’, perché mi è venuta a mancare la terra sotto i piedi …. e forse sono stato un po’ fragile e poco equilibrato. Non avevo problemi particolari nello studio … non sono mai stato bocciato, né ho mai avuto esami di riparazione, ma per fare il collaudatore sarebbe servita più stabilità, più impegno nello studio e due genitori più liberi mentalmente di seguirmi e sostenermi.”
 
AB: “Come sei cambiato rispetto alla persona che eri una volta?”
Max: Prima ero più pignolo e rigido. Da un po’ di anni lo sono meno, mi sono ammorbidito. Sono sempre stato curioso, ma ora lo sono ancora di più. La mia forza è che ascolto, ascolto tanto e osservo per carpire tutte le informazioni possibili, poi ‘rubo il lavoro’ e miglioro.”
 
AB: “Che sensazione susciti alle persone che incontri?”
Max: Invidia, ad esempio il mio amico Alberto è invidioso delle mie prestazioni nelle gare podistiche. In allenamento risponde colpo su colpo, ma in gara non riesce a esprimere tutto il suo potenziale e quindi si attapira ...” (Ride di gusto)
 
AB: “A parte gli scherzi, davvero sei oggetto di invidia?  
Max: C’è tanta invidia nella società, la sento sulla pelle, nelle piccole cose come nelle grandi. A volte sembra quasi il motore che fa girare tutto…” (Il tono della voce è diventato molto serio)
 
AB: “Hai qualche rimpianto in ambito sportivo?” 
Max: “Beh, se fossi stato seguito un po’ di più da bambino e da ragazzo, forse avrei potuto giocarmi le mie carte nel mondo del calcio. O almeno credo. Dico calcio perché negli anni Ottanta non era ancora di moda il running, c’era l’atletica … ma io non la praticavo. Comunque va bene così, la vita è bella lo stesso.”  (Sorride e sembra felice o perlomeno sereno)
 
AB: “Come ti ha cambiato il running?” 
Max: Mah, non saprei. Forse sono diventato solo più salutista. In ogni caso il running richiede fatica, costanza e altruismo, ed è per questo che magari ti migliora un po’. Devi sempre dare senza se e senza ma.”
 
AB: “Il running è una filosofia di vita? Solo se impariamo ad accettare e sopportare il dolore attraverso la resilienza possiamo raggiungere i nostri obiettivi?” 
Max: Sono un tipo pratico, e queste cose per me lasciano un po’ il tempo che trovano. Non mi piacciono i voli pindarici. Credo che sia giusto sognare, ma lo è ancora di più avere i piedi ben piantati per terra. Nella vita tutti vorrebbero essere bravi come Ronaldo, ma di Cristiano Ronaldo ce n’è uno solo, gli altri devono volare basso …”
 
AB: “Sei credente?” 
Max: “Sono cattolico anche se vado raramente in chiesa. Credo molto negli angeli protettori, ognuno di noi ne ha uno.”
 
AB: “E ti proteggono durante le gare?” 
Max: (Sorride) No dai, non confondiamo il sacro con il profano …”
 
 
AB: “Le gare più belle o quelle a cui sei più affezionato?” 
Max: (Ci pensa un attimo) “La Maratona di Nizza e la Scarpa d’Oro di Vigevano. Ma ce ne sono tante di gare belle davvero!”
 
AB: “Ma che fine hanno fatto le ragazze che correvano con voi qualche anno fa?” 
Max: “Ci hanno schiodato, siamo rimasti solo noi maschietti: io, Francesco, Andrea e Alberto. Che amarezza!” (Sorride)
 
Aris Baraviera, Milano, 1marzo 2020.

 

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GUERRA E PACE

Alle 7.45 di sabato 15 febbraio, Massimiliano Rovelli è in Piazza Ducale a Vigevano, dove un tempo c’era la parte posteriore della Chiesa Cattedrale e dove ora sorge la facciata barocca del Duomo. E’ lì davanti. Da qualche minuto sta aspettando l’arrivo di Andrea e Francesco per la seduta odierna di allenamento che li vedrà impegnati insieme in un percorso lungo circa 24 km.
Max oggi sente i piedi pesanti e ha come l’impressione che non riuscirà a correre, che le gambe non si muoveranno come dovrebbero. E’ convinto che non riuscirà a tenere il passo neppure con le signore del vicinato che stanno facendo la loro passeggiata ad andatura sostenuta.  E’ reduce da un trittico di gare che l’ha un po’ sfiancato: Il 19 gennaio era a Novara per la Mezza Maratona di San Gaudenzio, il 2 febbraio alla Mezza Maratona di Bergamo e il 9 febbraio alla Mezza del Castello di Vittuone. Spesso rigidità muscolare, accumulo di acido lattico e dolori ai legamenti durano giorni e giorni, e raccontano di battaglie combattute aspramente. E mentre sta pensando all’acido lattico, ecco arrivare i due amici che stava aspettando. Si salutano goliardicamente, poi iniziano a sfottersi subito, quasi a voler esorcizzare la fatica che oggi li attende.
 
A Vigevano la piazza la chiamano “il salotto” perché d’estate ci si può sedere ai tavolini ad ammirare gli affreschi e a percepire l’armonia di una regale anticamera d’ingresso all’imponente Castello visconteo-sforzesco. Sotto i portici le botteghe, un tempo occupate dai commercianti di lana e seta, oggi offrono shopping di qualità o hanno lasciato spazio ai bar, alle gelaterie e alle pasticcerie. I tre runner sembrano attratti da una vetrina piena zeppa di cioccolatini, ma poi decidono come al solito di recarsi al bar dagli amici Maurizio e Cristina, che dista pochi passi dalla piazza.
Appena usciti dal bar, Max, Andrea e Francesco iniziano a lentamente a correre, con l’obiettivo di arrivare ai laghi di Santa Marta che distano poco più di 10 km dal centro di Vigevano. L’allenamento inizia precisamente alle 8,00, il suono delle campane accompagna i loro passi che si dirigono verso il Ticino e verso la nebbia della campagna vigevanese.
 
Max oggi fa fatica a stare al passo con gli altri due. Ha le gambe indurite e non respira correttamente, anche perché continua a chiacchierare trattenendosi a stento dal ridere. Francesco è solo apparentemente più serio. L’apparenza svanisce quando racconta ad Andrea di aver appena regalato a Max la rivista “Motociclismo”, contrariamente a quanto aveva fatto lo scorso anno, quando aveva scelto di donargli l’abbonamento alla rivista “Correre”. Francesco prende in giro Max. Ride e scommette con Andrea che nei prossimi mesi l’amico trascurerà la corsa a beneficio della nuova super moto enduro che ha appena comperato. Ripete il concetto più volte prima di aumentare il passo, distanziando gli altri due e incurvandosi come a voler essere aerodinamico. Max reagisce insultando Francesco e chiamandolo “Nano maledetto” come a voler sottolineare la buffa postura. La prima parte dell’allenamento è così, decisamente frivola e scanzonata come spesso accade ai tre, che adesso continuano ad insultarsi.
 
Passa qualche minuto e il silenzio finalmente prende il sopravvento. I runner hanno appena ingranato la marcia e l’allenamento sembra farsi serio. Ora l’aria entra dolcemente nel loro petto e poi esce. I cuori si espandono e si contraggono silenziosamente a velocità regolare. I polmoni come mantici instancabili, portano ossigeno ai loro corpi. Sembra quasi di sentirne distintamente il fruscìo.
Prima di arrivare ai Laghi di Santa Marta, i ragazzi passano vicino al campo da golf Selva Alta Sporting Club dove incrociano i golfisti con i loro carrellini. Quando arrivano alla meta sono praticamente al giro di boa.  Ora Max si sente rigenerato, le gambe finalmente girano bene, il dolore è passato.  
I Laghi di Santa Marta sono due bacini dalla circonferenza di circa 1 chilometro ciascuno. La profondità massima è di 23 metri. In prossimità dei laghetti scorre un gradevole ruscello che per un po’ affianca i runner e c’è una fontanella dove i tre hanno appena bevuto.
 
Lasciando i laghi, Max e compagni si avviano poi verso una salita in cima alla quale tempo fa avevano incontrato una volpe bellissima e spaventata. Dopo la salita arrivano alla frazione della Sforzesca dove c’è un piccolo cimitero. Passato quello, si sentono in dirittura di arrivo, e ora procedono decisi e sereni. Quando corrono, e smettono di chiacchierare, semplicemente corrono, nel vuoto.  In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano nelle loro menti. Si formano e ruotano attorno al nulla. Sono pensieri leggeri come nuvole che vagano nel cielo.
 
Mentre rientrano verso il centro di Vigevano, i tre riprendono a chiacchierare e a punzecchiarsi come se non ci fosse un domani, pur essendo ormai in debito di ossigeno. Max avverte distintamente anche una certa secchezza delle fauci e ricorda con nostalgia l’allenamento in cui si era fatto scortare dalla compagna Simona, che lo seguiva in bici e amorevolmente gli passava la borraccia ogni 5 chilometri.
Ora Max sente molto la fatica e avverte distintamente un dolore. Il dolore del corridore non solo è un dato ineluttabile ma diviene quasi un segno di appartenenza, un vessillo, è il dolore che scaturisce dalle “ferite”. Ferite di una guerra che nessuno gli ha chiesto di combattere, ma che non per questo è meno vera e non per questo fa meno male. 
L’allenamento finisce in piazza Ducale, praticamente lì dove era iniziato, verso le 9.45. Dopo essersi affondati le ultime stoccate, i tre si abbracciano calorosamente come a voler sancire una sorta di pace, o perlomeno una legittima tregua. In ogni caso ora si sentono in pace con loro stessi. E questo dopo un allenamento è l’unica cosa che davvero conta.
   
Aris Baraviera, Milano, 16 febbraio 2020.


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IL CACCIATORE DI LEPRI -Nuova intervista a Massimiliano Rovelli-

AB: “Massimiliano, è così importante per te il running?”
Max: Il running mi aiuta tanto. (Sospira) Mi aiuta perché scarico lo stress. La regola è che non devi pensare a nulla mentre corri. Se hai un problema non te lo devi portare dietro, perché altrimenti ti blocca. Devi correre lasciando scorrere tutto. Ecco, non devi  pensare proprio a nulla. La corsa deve essere un momento tuo,  di libertà e di godimento, solo così resetti veramente tutto. Appena ti viene in mente qualcosa di strano, il fiato ne risente sùbito e sei spacciato! Dopo la corsa invece, se ti sei allenato bene ovviamente, puoi affrontare tutto con uno spirito nuovo. E puoi  dare alle cose e ai problemi la giusta importanza che hanno, senza  esagerazioni. ”
 
AB: “Ti alleni da solo o preferisci la  compagnia?”
Max: “Mi alleno quasi sempre in compagnia. Amo il gruppo e cerco di condividere con gli altri le tabelle di allenamento, le gare e più in generale tutti gli obiettivi sportivi e ricreativi ”
 
AB: “In base a quali caratteristiche scegli il parco dove allenarti?”
Max: “La prima cosa che guardo è se c’è o meno una fontanella, specialmente se devo fare un percorso lungo. Poi credo sia importante avere una salita o perlomeno un ponticello, se ti devi allenare a fare delle ripetute o se hai una tabella di allenamento variabile. Poi ancora è importante essere lontano dallo smog, quindi meglio un parco molto verde e meglio ancora se è lontano dalle tangenziali o dalle strade trafficate. Come ultima cosa,  mi viene in mente che sarebbe utile disporre di una certa variabilità di percorsi, dove puoi scegliere quello che ti serve in un dato momento: asfalto, erba o sterrato.”
 
AB: “In quali parchi ti alleni solitamente?”
Max: “Quando corro con i miei amici di Settimo Milanese andiamo al Boscoincittà, al Parco di Trenno e al Parco delle Cave. Se corro invece dalle mie parti, e intendo vicino a Vigevano, allora andiamo  sulle sponde del Ticino. Qui non c’è un vero e proprio parco, ma è più un percorso per runner e ciclisti.”
 
AB: “Quando sei costretto a stare fermo, quanto ti manca la corsa?”
Max: “La chimica del running è incredibile … le endorfine sono come una droga! Quando non riesco a correre, perché sono impegnato o perché ho un problema fisico, mi sento un animale in gabbia … e non vedo l’ora di uscire! Io in genere esco con la nebbia, con la pioggia e con la grandine ….se voglio uscire esco !” (Sembra carico come una molla)
 
AB: “Durante la corsa quale dei cinque sensi ritieni sia più utile? Quale usi di più?”
Max: “La vista, sicuramente. Durante la gare, fissare le gambe della famosa ‘lepre’ è sempre utile e non è un caso che Eliud Kipchoge a Vienna, per scendere sotto le 2 ore,  si sia avvalso del loro aiuto…
Poi possiamo distinguere due scuole di pensiero: quelli che si mettono in scia dei runner veloci  facendosi appunto trascinare, e quelli che si incollano dietro alle belle ragazze e  osservano i loro glutei per distrarsi dalle fatiche della corsa …”
 
AB: “E tu che tipo di ‘lepre’ segui?”
Max: ”Il runner veloce. Ti confesso che mi è capitato di seguire anche la bella donna …”
(Ride)
 
AB: “Come è cambiata la tua dieta da quando corri?”
Max: “Beh, innanzitutto la corsa ti permette di mangiare un po’ di più visto che bruci tante calorie. Io sono un mangione e grazie alla corsa mi posso permettere qualche piatto in più ... Quando sei sotto gara però devi seguire un’alimentazione bilanciata e soprattutto non puoi permetterti di mangiare come se non ci fosse un domani…”
 
AB: “Nella rubrica Il mondo di Carlo abbiamo trattato temi ambientalisti. Volevo chiederti quanto tu ti senta ambientalista e cosa ne pensi della battaglia che sta facendo Greta Thunberg?”
Max: “Penso che ci volesse proprio una Greta per sensibilizzare i popoli e per dare una scossa. Ormai credo che non ci sia troppo tempo da perdere, perché quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti. In Australia sono morti tantissimi animali ed è stata una cosa tristissima … io penso che l’uomo debba imparare dagli animali il rispetto della natura. Perché da quello che sta succedendo è troppo chiaro che i veri ‘animali’ siamo noi! Io auspico che possano nascere tante Greta perché la battaglia è urgente e impegnativa. In Italia mi è piaciuto molto quello che ha fatto Michela Brambilla. Ammiro la sua battaglia di sensibilizzazione e di rispetto per gli animali.” (Emotivamente sembra molto coinvolto)
 
AB: “Qual è il tuo libro preferito? Romanzo o libro sulla corsa? ”
Max: Uno dei libri che mi è piaciuto di più in assoluto è ‘Open’ del tennista Andre Agassi. Lo consiglio veramente a tutti. Sulla corsa ho trovato interessante ‘Correre è una Rivoluzione’ di Vijay Vad. Ora vorrei leggere ‘Mi chiamavano professor fatica’ di Luciano Gigliotti e Claudio Rinaldi.”
 
AB: “Come è cambiato il rapporto con la tua compagna Simona da quando fai running? ”
Max: (Sorride) I primi anni Simona era un po’ rigida e mi faceva pesare le uscite di allenamento. Poi ha capito che il running mi fa stare bene ed è diventata più permissiva.  Sto cercando di portarla nel favoloso mondo del running,  ma per il momento lei resiste con la sua palestra…”
 
Aris Baraviera, Milano, 01 febbraio  2020.


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RUNNING, VALORI E FORME- Intervista a Massimiliano Rovelli-

AB: “Massimiliano, nel primo articolo abbiamo raccontato la tua metamorfosi da calciatore a runner, ti chiedo se possiamo definirti uno specialista della mezza maratona.”
Max: (Sorride)“Direi di sì, dopo sette anni di attività posso dire che è sulla mezza maratona che riesco a performare meglio ...”
 
AB: “Sappiamo che corri i 5km in 22’, i 10km in 45’, la mezza maratona in 1 h e 38’ e la maratona in 3 h e 50’ . Sbaglio o la distanza più lunga ti taglia un po’ le gambe?”
Max: “Beh sì, non solo a me direi … In effetti è vero e vorrei migliorare il mio personale proprio sulla maratona. Mi piacerebbe scendere a 3 h 40’. Tieni presente che scendere di 10 minuti è già tanta roba … Vediamo se avrò la costanza di allenarmi per arrivare a questo traguardo. Oggi mi alleno tre volte alla settimana, quattro in prossimità delle gare, dato che ho scelto una tabella di allenamento con carichi di lavoro di media intensità,  comunque non massacranti.”
 
AB: “Hai fatto poche maratone, vero?”
Max: “Il mio approccio alla maratona è stato un po’ sfortunato,  perché quando ho iniziato ad allenarmi per questa distanza ho subìto una serie di problemi alla bandeletta ileotibiale che mi hanno penalizzato molto. Vero comunque, ne ho corse poche.”
 
AB: “Quindi hai avuto molti infortuni?”
Max: “No, direi di no, perché oltre alla bandelletta ho subito pochi acciacchi e nulla di particolarmente grave e duraturo. E’ che con la bandeletta ci ho messo un po’ di tempo a convincermi che ero guarito davvero. Mi sono trascinato un po’ una certa sensazione psicologica di vulnerabilità ...”
 
AB: “Nell’articolo della settimana scorsa abbiamo raccontato che usavi l’applicazione Runtustic a San Remo. Che importanza hanno avuto per te i supporti di allenamento come il GPS?”
Max: “Le prime uscite da runner le ho fatte con il telefono legato al braccio, utilizzando l’applicazione Runtustic. Mi sono evoluto però, ora uso un orologio con funzione GPS, anche perché quando percorri lunghe distanze  ti pesa il braccio, ti dà proprio fastidio.”
 
AB: “Per quanto riguarda l’abbigliamento, qual è l’accessorio che secondo te è più importante?”
Max: (Riflette un attimo prima di rispondere)D’inverno curo molto l’abbigliamento tecnico, soprattutto se fa molto freddo. Uso delle magliette termiche, in primis quella chiamata ‘primo strato’. In pratica sotto la maglietta a maniche corte io ne indosso una a maniche lunghe. Comunque, per rispondere alla tua domanda, credo siano le scarpe l’accessorio più importante. Penso che andrebbero cambiate ogni 500/600 km percorsi per preservarsi da infortuni e da risentimenti alla schiena.”
 
AB: “Sei iscritto a qualche società sportiva? Per chi gareggi?”
Max: “No, io non sono iscritto a società sportive, ho una tessera che si chiama Runcard che mi consente di partecipare alle attività agonistiche che mi scelgo di volta in volta. Appartenere ad una società sarebbe molto impegnativo a mio parere e preferisco gestirmi così. Tre degli amici che corrono con me hanno la Runcard;  il quarto, Francesco,  è iscritto invece ad una società sportiva di Reggio Calabria.”
 
AB: “Francesco è forse l’amico che ti ha dato preziosi consigli sul mondo del running, giusto?”
Max: “Francesco Greco mi ha fatto innamorare del running. A lui sono grato prevalentemente per questo. Mi ha trasmesso la passione prima ancora di darmi ottimi consigli. L’ho conosciuto credo nel 2012 e grazie a lui sono cresciuto tantissimo come conoscenza di questo entusiasmante mondo. Lui sia allena come me tre volte alla settimana, però è più maratoneta di me, nel senso che lui lavora sulle distanze più lunghe rispetto alle mie.”
 
AB: “Che valori ci sono nel mondo del running? Qual è il tuo senso di appartenenza?”
Max: (Assume un’espressione molto seria) “Beh, credo che nel running ci siano valori importanti come il rispetto, il senso di aggregazione e la puntualità. Io li chiamo valori ma li puoi considerare semplicemente come doveri dello stare assieme, del condividere qualcosa con gli altri… Io non amo allenarmi da solo, mi piace correre in gruppo e per questo, a maggior ragione, tali regole diventano importanti per andare d’accordo e condividere un ideale comune.”
 
AB: “Alcuni amici ti descrivono come una persona intelligente, brillante, leale, altruista e coraggiosa. Cosa mi dici in proposito?”
Max: (Ride arrossendo un po’) “Sono troppo amici … e non mi sembrano particolarmente lucidi nel giudicarmi.  Sono  tropo buoni …perché  io sono pieno di difetti!”
 
AB: “Qualcuno però sostiene che sei pignolo, igienista e fissato con le pulizie: è davvero così?”
Max: “Sì sicuramente sono pignolo … Però con le pulizie adesso sono un po’ meno fissato di prima … Comunque sono molto ordinato, e la mia compagna non è da meno … ci siamo trovati. Nei miei cassetti tutto deve essere sempre al suo posto … l’ordine mi rilassa parecchio.” (Ride di gusto)
 
AB: “Il soprannome Trivella te lo sei guadagnato perché lavoravi sulle piattaforme …? Oppure  perché  ti prendevi cura di un’altra tipologia di “forme”, ovvero quelle più “curve”?
Max: ”Vedi, io ho passato anni d’oro da single … Mi sono separato nel 2004 e per alcuni anni mi sono dato da fare … da qui il nome Trivella!“  (Ride con evidente soddisfazione)
  
Aris Baraviera, Milano, 26 gennaio 2020.


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LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE 1968

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento
E poi magari piove …
 
Massimiliano Rovelli, per gli amici Max, prima di diventare un runner aveva quasi sempre solo giocato a calcio, vantando l’appartenenza alla leva calcistica della classe 68 resa gloriosa dalla canzone di De Gregori.  Aveva iniziato da bambino nei pulcini dell’Aics Olmi, che era la squadra dell’omonimo quartiere nei pressi di  Baggio, a Milano. Da piccolo lui era una scheggia e puntava tutto sulla velocità. Faceva la punta, e i difensori avversari non lo prendevano mai.  Imparare l’arte di sfuggire alle “ciabattate” della madre lo aveva trasformato nel giocatore più veloce della sua squadra.
 
In età adulta, cioè negli anni Novanta, Max come molti suoi coetanei era approdato al calcio a 5 nei campetti milanesi fatti di erba sintetica. Max non amava solo praticare lo sport, amava soprattutto la compagnia e quelle interminabili serate, dove oltre al calcio giocato c’era poi, a seguire,  quello commentato al bar o in pizzeria.  Si iniziava sempre con l’argomento Juve, per poi passare al  Milan o all’Inter, e si finiva inevitabilmente --non si sa come-- a parlare di donne: della Schiffer, di Naomi Campbell, della Ferilli o della Cucinotta. Erano serate spensierate vissute intensamente nella Milano dei sindaci Pillitteri, Formentini e  Albertini, una città profondamente diversa da quella attuale.
 
Nonostante le sue brevi infatuazioni per il tennis, per la mountain bike e per lo sci alpino, gli anni del calcetto per Max sembravano destinati a durare per sempre.  E così probabilmente sarebbe andata  se non fosse stato per una specie di sfida a cui si era prestato all’inizio dell’anno 2013.  Un collega, con cui lui era solito praticare jogging al Parco di Trenno, gli aveva proposto di allungare un po’ il giro che abitualmente percorrevano e di provare a coprire un tragitto nuovo di 12 km. Quella insolita sfida lo  aveva stuzzicato,  e così nel giro di qualche tempo il traguardo era stato raggiunto e la sfida vinta da entrambi,  con enorme fatica, ma anche tanta inattesa e stupefacente soddisfazione. Nel mese seguente Max aveva iniziato ad allenarsi al Parco del Ticino con le scarpe da running comprate da Decathlon, a 20 euro. La preparazione era finalizzata alla 10 km della Stramilano del marzo 2013, che poi corse in un tempo che lui definisce “accettabile” e durante la quale venne letteralmente stregato e rapito  dall’atmosfera e dall’entusiasmo di quella manifestazione.
 
 Il vero salto di qualità l’aveva fatto l’estate dello stesso anno, a Sanremo,  dove la sua famiglia d’origine possedeva  una casa di villeggiatura. Lì si era allenato sul lungomare con l’ausilio dell’applicazione Runtastic e aveva imparato ad apprezzare la corsa favorito dai bellissimi panorami e dalla brezza marina. Max amava particolarmente sentirsi la salsedine sulla pelle. Complice un clima ideale , lì per la prima volta aveva anche percepito distintamente l’effetto inebriante delle endorfine prodotte dall’intenso allenamento ed era riuscito a percorrere 21 km in poco più di 2 ore. Abbronzato dal sole agostano e tirato a lucido dalla nuova tabella di allenamento, Max si pavoneggiava mostrando con orgoglio l’abbigliamento da professionista, il suo primo equipaggiamento da runner duro e puro.
 
Da quell’estate in poi era diventato un runner da mezza maratona, anche se non disdegnava le cosiddette tapasciate, le campestri alle quali partecipava nei weekend con amici e amiche  con i quali aveva costituito un gruppo molto affiatato.
Qualche anno dopo, quando  i 21 km sembravano calzargli a pennello,  si era messo in testa di correre una maratona vera e propria, da 42,195 km. Così, grazie ai preziosi consigli dell’amico Francesco, aveva deciso di prepararsi per la Maratona di Roma, in programma il 2 aprile del 2017. Max ricorda ancora distintamente i giorni della preparazione di quella gara,  che lui ingenuamente pensava di poter correre subito in meno di 4 ore.  Ricorda bene il mese di potenziamento, quello dedicato alla resistenza e il terzo in cui aveva forzato un po’ sulla velocità. Ricorda bene anche il  viaggio con gli amici nel Freccia Rossa di quella mattina del primo aprile 2017 in direzione della Capitale. Purtroppo ricorda anche la febbre da stress che lo aveva colpito in hotel la notte prima della maratona e l’ansia da prestazione che gli attanagliava la gola. Le notti dei maratoneti sono infatti spesso popolate di incubi. Lo stress fisico della preparazione ha forti ripercussioni anche a livello psicologico , e le sue sembianze sono quelle di fantasmi che ciascuno si porta dentro. Sono lì quegli spettri. Accompagnano il runner metro dopo metro, e sono le ingiustizie subite, i fallimenti, i lutti e le sconfitte , le occasioni perse e quelle che non si sono mai presentate. Ogni corsa è anche un’arma per far fronte a questi fantasmi.
 
Max era partito  fortissimo alla sua prima maratona e aveva seminato i compagni di avventura. Racconta però che al trentesimo chilometro aveva incontrato e conosciuto il famoso “muro” . Racconta che i muscoli delle gambe si erano bloccati, induriti come una vecchia gomma da masticare. Capacità di resistenza ne aveva ancora e anche la respirazione era regolare. Semplicemente le gambe non gli ubbidivano più. Lui voleva ancora correre, loro no. Si era dovuto fermare e aveva finito la corsa camminando. Aveva commesso insomma tutti gli errori tipici dell’amatore che, in quanto innamorato ma un  po’ sprovveduto, tende sempre a sbagliare per eccesso di generosità. Nonostante questo, oggi Max ricorda la felicità dopo quella prima maratona e la soddisfazione di aver potuto comunque vedere di persona  cosa c’è dietro al  famoso “muro” dei maratoneti, anche se in realtà in quell’occasione ci era andato a sbattere contro.
 
Dopo anni di gavetta, oggi Massimiliano è un runner  fatto e finito. L’occupazione non gli lascia molto tempo libero, ma riesce comunque ad allenarsi almeno tre volte alla settimana. Lavora in un ufficio che supporta  la produzione artistica in un teatro di Milano. Vive a Vigevano con la compagna Simona. Avremo comunque modo di conoscerlo meglio nei prossimi articoli dove cercheremo di tracciare un profilo sia del runner che dell’uomo, dei suoi segreti, vizi e virtù. Per ora possiamo anticiparvi che di lui si parla un gran bene e non solo nel mondo del running, ma diciamo in generale, come persona a tutto tondo. Dicono di lui che sia intelligente, brillante, leale, altruista e coraggioso. Qualcuno sostiene addirittura che  non abbia difetti. Le fonti che ci dicono questo però sono in “conflitto di amicizia”,  per cui vanno prese un po’ con le pinze. Alcune malelingue sostengono che sia un tipo pignolo e igienista, assolutamente fissato con le pulizie e con l’ordine della casa. Noi non sappiamo come stiano effettivamente  le cose e per questo motivo cercheremo di investigare a fondo per scoprire la verità.
Un’altra anticipazione che possiamo darvi è che nel corso delle festività natalizie pare abbia sforato un po’ con la dieta. Si teme infatti che alla prossima maratona possa non farcela a stare sotto il tempo delle 4 ore.
 
… Max non avere paura di non scendere sotto le 4 ore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un corridore
Un corridore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia …
  
Aris Baraviera, Milano, 18 gennaio 2020.